Adriano Segatori: Giuseppi il “narcisista”, piccolo uomo ma pericoloso

Uno splendido pensiero del Prof. Segatori

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Il Prof. Segatori ci ha omaggiato un’altra volta di un suo pensiero. Come sempre illuminante nei concetti e piacevole nella prosa.

Giuseppi, Macron e Fini

Come gli attori che vengono inchiodati alla memoria per un personaggio specifico della loro carriera artistica, io passo per “quello di Macron”, mentre  “quello di Gianfranco Fini” è crollato all’ultimo posto.

E in seguito a quella esperienza, molti in questo periodo mi hanno richiesto un profilo di Giuseppe Conte. Lo faccio ora, come ringraziamento per i miei tifosi del loro supporto e in vista del prossimo Consiglio Europeo.

Ci sono certamente delle similitudini tra i tre personaggi citati, ma una è una differenza fondamentale: lo spessore della personalità.

Nel bene, e molto nel male, Macron e Fini sono stati e sono leader carismatici. Grande psicopatico il primo, grande narcisista il secondo. Ma entrambi portatori di una visione politica per quanto megalomanica e distorta e, fattore non secondario, eletti liberamente dal popolo. Entrambi dotati di intelligenza pratica, supportati da forti poteri femminili – l’anziana consorte per il primo, donna Assunta Almirante per il secondo – sono stati e sono protagonisti della storia nazionale e internazionale.

Potremmo dire che entrambi sono da considerarsi bambini prodigi. Allevati dal potere e sostenuti dalle urne, hanno potuto esibire il loro patologico egocentrismo, la loro inconsistente empatia, la loro precarietà caratteriale occultandola con esibizioni di grandiosità e figurazioni megalomaniche.

La prevalenza psicopatica del primo ha impedito, fino ad ora, l’emergere della quota di impulsività caratteristica del narcisista frustrato. Il secondo, invece, è caduto nella trappola della passionalità incontrollata tipica della prevalenza della mortificazione del falso Sé, e quell’esternazione contro Berlusconi – “Allora, che fai? Mi cacci? – ha riaperto una mai cicatrizzata ferita narcisistica, costringendolo all’esame di realtà e a guardarsi nello stagno in cui è affogato.

E Conte invece?

Giuseppe Conte, no. Non ha lo spessore della psicopatia di alto livello, del truffatore internazionale, del manager spietato, del pescecane della finanza. Né ha il profilo di alto narcisista, quello che accalappia la benevolenza del pubblico, che ammalia interlocutori e affascina gli ascoltatori.

Lui mi ricorda Uriah Heep, il subdolo, sleale e carrierista contabile del celeberrimo romanzo di Dickens David Copperfield. Una forzata umiltà, una ipocrita docilità, una esteriore doppiezza. Il carattere non ha la definizione di una qualunque devianza, perché non c’è. – il carattere, intendo. La loquacità è mediocre, il fascino superficiale, la menzogna patologica è facilmente contestabile, la manipolazione è di una evidenza sconcertante.

Conte è Uriah Heep perché, come lo strisciante impiegatuccio praticante del signor Wickfield, finisce col diventare socio dello stesso studio solo attraverso traffici, malversazioni e losche manipolazioni. Lui non è un leader spregiudicato e spavaldo che è disposto a tutto pur di raggiungere un suo personale obiettivo e portare a termine una sua visione. È il portaordini di un potere Altro, il fedele maggiordomo che organizza la giornata e i menù decisi dal padrone, l’esecutore banale e insulso di istruzioni e prescrizioni non di sua proprietà decisionale. È quello che non si siede a capotavola, ma attende con ossequiosa presenza qualche ghiottoneria di risulta.

Anche la postura è indicativa. A quella altera e decisionista dello psicopatico, e a quella vanitosa e seduttiva del narcisista, esibisce il portamento cerimonioso, lusingante e affettato del grigio e meticoloso funzionario, delle mezze maniche istituzionali.

Quando Mattarella lo ha cooptato, l’ho immaginato come quel bambino fastidioso presente in ogni scuola che faceva il delatore dei compagni, nascondeva con le braccia i compiti per impedire che il vicino di banco copiasse, che sibilava carognate contro gli altri al maestro il quale, per riconoscenza, lo faceva capoclasse. Con meritate rappresaglie durante la ricreazione.

Insomma, Giuseppe Conte non ha la grandezza personologica di una vitale e attiva psicopatologia, ma solo degli spunti di un disturbo passivo, sottosoglia, quello che caratterizza il mezzano delle tre carte.

Ma Conte è pericoloso?

Se poi dobbiamo interrogarci sulla pericolosità, questa c’è sicuramente, ma senza la grandezza del criminale, solo quella bassa e misera della manovalanza eterodiretta. Ha fatto e continua a fare danni al popolo e alla Nazione, in piena responsabilità penale, ma in assenza di un’etica interiore e di una morale intrinseca, come ogni buon funzionario eterodiretto, cinico, asettico, amimico e anaffettivo. Ha la pericolosità del dilettante, non quella calibrata e raffinata del professionista.

Alla fine, se si vuole una diagnosi, suona bene un neologismo coniato dalla psicoanalista francese Colette Soler: narcinismo, l’insieme di narcisismo e di cinismo. Un insieme di piccoli malanni – un po’ narciso e un po’ cinico – che fa di lui il rappresentante della nota “banalità del male”.

Chi è Adriano Segatori

Nato nel 1951, è Dottore di ricerca in Filosofia delle Scienze Sociali e Comunicazione Simbolica presso l’Università dell’Insubria (Varese); Professore a contratto di Psichiatria presso l’Università “Niccolò Cusano” – Telematica – Roma

Cultore della materia in Filosofia della politica presso l’Università degli Studi di Trieste – corso di Laurea il Scienze Internazionali e Diplomatiche dell’Università di Gorizia e Membro della Sezione Scientifica “Psicologia Giuridica e Psichiatria Forense” dell’Accademia Italiana di Scienze Forensi”; nonché consulente e perito per la Psichiatria presso il Tribunale di Gorizia.

Leggi anche: Chi è Giuseppe Conte

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