A MASSA SI È SUPERATO IL LIMITE CON L’IGNOBILE UCCISIONE DI UN UOMO INNOCENTE DAVANTI AL FIGLIO DI 11 ANNI. VERGOGNA!

A MASSA SI È SUPERATO IL LIMITE CON L’IGNOBILE UCCISIONE DI UN UOMO INNOCENTE DAVANTI AL FIGLIO DI 11 ANNI.
VERGOGNA!

Quello che è accaduto a Massa non può essere archiviato come un episodio isolato né liquidato con le solite formule di circostanza. È il punto di rottura di un equilibrio già compromesso: regole non fatte rispettare, segnali ignorati, responsabilità rinviate.

Un uomo di 47 anni ucciso per aver richiamato alcuni giovani

Un familiare massacrato nel tentativo di difenderlo. Un bambino costretto ad assistere. Non è solo cronaca nera: è il collasso del principio per cui chi rispetta le regole non deve temere chi le viola.
Da anni si sottovaluta un fenomeno con tratti ormai chiari: gruppi di giovanissimi che agiscono in branco, con violenza sproporzionata rispetto al contesto.

Non è più riducibile a “ragazzate”. Qui si muove una percezione diffusa di impunità.

Ed è questo il nodo.
Quando il vandalismo resta senza conseguenze, quando il presidio del territorio è intermittente, quando i tempi della giustizia sono incerti, il messaggio che passa è semplice: si può fare. Si può spingere oltre il limite senza pagarne davvero il prezzo.

La risposta non può essere ordinaria. Servono misure straordinarie e mirate: presenza stabile e visibile delle forze dell’ordine nelle aree critiche, interventi immediati su ogni forma di degrado, certezza della pena per chi agisce in gruppo, responsabilizzazione reale delle famiglie quando si tratta di minori.

Ma c’è un piano politico che non può più essere eluso

Il senso di impunità diffuso spesso determinato da atteggiamenti l’assisti porta ad episodi di violenza di gruppo diffusi.

In Toscana, più che altrove, si è coltivata per anni una narrazione dell’accoglienza spesso più ideologica che concreta: molta enfasi sui diritti, poca esigibilità dei doveri — rispetto delle regole, integrazione effettiva, adesione ai principi della convivenza civile. L’immigrazione irregolare, se non governata con rigore, diventa terreno di marginalità e devianza. Negarlo non è apertura: è rimozione del problema.

Dentro questo quadro, il tema dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) non può più essere evitato o liquidato con slogan. Definirli “lager” è una semplificazione che serve al dibattito politico, non alla soluzione dei problemi

I CPR sono uno strumento previsto dall’ordinamento per gestire chi non ha titolo a restare sul territorio e deve essere rimpatriato, garantendo al contempo procedure, controlli e diritti.

Il punto serio è un altro: senza strumenti efficaci di rimpatrio, ogni politica migratoria perde credibilità. E quando la credibilità viene meno, cresce la zona grigia dell’irregolarità, si indebolisce l’integrazione di chi ha diritto a restare e si alimenta quella percezione di impunità che poi esplode anche sul piano della sicurezza.

Dire questo non significa criminalizzare, ma distinguere: accoglienza e integrazione per chi ha diritto; procedure certe e rapide per chi non lo ha

È una linea di chiarezza, non di durezza fine a sé stessa.

Continuare a rinviare questa discussione espone i territori a tensioni che prima o poi emergono. E quando emergono, lo fanno nel modo peggiore: con episodi come quello di Massa, che segnano la vita delle persone e incrinano la fiducia collettiva.

La sicurezza non è un tema ideologico

È la condizione minima della convivenza.
E quando un padre viene ucciso davanti al figlio per aver fatto rispettare una regola, significa che quella condizione è venuta meno — e che la politica ha il dovere di uscire dagli slogan e tornare a governare i fatti.

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