Ferraro, presidente di quartiere PD a firenze porge per la seconda volta le scuse.
A Firenze, evidentemente, chiedere scusa sta diventando un’abitudine per Filippo Ferraro, presidente del Quartiere 5. Dopo le polemiche di aprile, siamo nuovamente davanti a dichiarazioni che hanno costretto l’esponente del Partito Democratico a fare marcia indietro. Cambia il contesto, ma il problema rimane lo stesso: la difficoltà di distinguere la libertà di esprimere un’opinione dal diritto di un rappresentante istituzionale di trattare il dissenso come qualcosa da sanzionare.
L’ultima vicenda nasce dalla raccolta di firme contro il progetto della tramvia a Campo di Marte e dall’iniziativa di alcuni commercianti che hanno messo a disposizione i propri locali, oltre che di avvocati che hanno contribuito ad autenticare le sottoscrizioni.
Il segretario del circolo PD di Peretola, Filippo Frizzi, ha pubblicato sui social un elenco di attività commerciali accompagnato dall’invito a non frequentarle più
Ferraro ha rincarato la dose aggiungendo: «E anche avvocati a cui non rivolgersi».
Non una semplice critica politica, dunque, ma un invito a penalizzare economicamente chi ha consentito ai cittadini di esercitare un diritto democratico. Perché raccogliere firme per chiedere una consultazione popolare non è un atto ostile alla città: è uno strumento di partecipazione, tanto più legittimo quando riguarda decisioni amministrative controverse. Si può essere favorevoli alla tramvia, come contrari; si può contestare il merito delle proposte.
Quello che non si dovrebbe fare, soprattutto se si ricopre un incarico pubblico, è indicare cittadini, commercianti e professionisti come persone da evitare perché hanno aiutato chi la pensa diversamente
La vicenda è diventata ancora più imbarazzante dopo l’intervento del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Firenze, che ha espresso ferma riprovazione per le parole di Ferraro e ha richiamato il rispetto della libertà professionale e della partecipazione democratica. Il presidente del Quartiere 5 ha quindi presentato nuove scuse, ritirando il proprio commento.
Ma è proprio qui che sorge la domanda: quante volte un presidente di quartiere può oltrepassare i limiti del proprio ruolo, per poi affidarsi alle scuse quando le conseguenze politiche diventano inevitabili?
Non è la prima volta che Ferraro finisce al centro di polemiche per il linguaggio e i contenuti delle sue esternazioni. Ad aprile, durante una trasmissione di Lady Radio, aveva utilizzato espressioni offensive, chiudendo con un «vaffa…» rivolto agli ascoltatori. In seguito aveva evocato le «testate» nei confronti di chi non la pensasse come lui. Nello stesso periodo, a proposito della sede fiorentina di Futuro Nazionale, aveva parlato della possibilità che qualcuno si mettesse d’accordo una sera per «andare a fare qualcosa», nonostante avesse riconosciuto l’assenza di irregolarità amministrative nella sede.
Anche allora erano arrivate le scuse pubbliche. Il 13 aprile Ferraro aveva riconosciuto di aver utilizzato un linguaggio «non istituzionale», prendendo le distanze dalla violenza, anche verbale. Eppure, a distanza di pochi mesi, siamo di nuovo qui
È questo il punto politico che non può essere liquidato come una successione di scivoloni. Quando le uscite controverse si ripetono, diventa legittimo interrogarsi non soltanto sulle singole frasi, ma sul modo in cui viene concepito il ruolo istituzionale. Le scuse possono essere sincere, ma non cancellano automaticamente la responsabilità di chi parla. E soprattutto non possono diventare un lasciapassare per continuare a comportarsi nello stesso modo.
Un presidente di quartiere non è soltanto un dirigente di partito. È una figura istituzionale, chiamata a rappresentare tutti i cittadini, compresi quelli che non votano PD, che contestano le scelte della giunta o che promuovono iniziative sgradite alla maggioranza. Il suo incarico richiede serietà, equilibrio, rispetto delle opinioni altrui e consapevolezza delle conseguenze delle proprie parole
Chi amministra deve saper convivere con il dissenso, non tentare di scoraggiarlo attraverso la delegittimazione pubblica di chi lo esercita. Un commerciante non deve temere di perdere clienti perché ospita una raccolta firme. Un avvocato non deve essere indicato come professionista da evitare perché autentica sottoscrizioni. E un cittadino non deve sentirsi trattato da nemico perché si oppone a un progetto dell’amministrazione.
È una questione di libertà, prima ancora che di correttezza politica
C’è poi un aspetto che rende questa vicenda ancora più grave: l’idea stessa delle liste di proscrizione. L’espressione ha origini antiche, risalenti alla Roma repubblicana, e non è un’invenzione del fascismo. Ma la logica che la rende inquietante è sempre la stessa: individuare chi esprime un dissenso, esporlo pubblicamente e suggerire che debba subirne conseguenze economiche, professionali o sociali. Una logica che richiama anche le pratiche persecutorie dei regimi autoritari del Novecento, compreso quello fascista.
Ed è francamente paradossale che simili comportamenti emergano proprio da ambienti politici che rivendicano una superiorità morale in nome dell’antifascismo
Se ci si dichiara difensori della libertà e della democrazia, bisogna dimostrarlo nei fatti, non soltanto evocando il fascismo quando fa comodo contro l’avversario. La democrazia non consiste nel difendere il dissenso soltanto quando coincide con le proprie idee. Consiste soprattutto nel rispettarlo quando è scomodo, irritante e contrario ai propri progetti.
Non è possibile accusare gli altri di autoritarismo e poi suggerire il boicottaggio di chi favorisce un’iniziativa popolare
Non è possibile richiamarsi ai valori costituzionali e contemporaneamente trattare il pluralismo come un fastidio da isolare.
Chi si comporta così finisce per contraddire, nei fatti, proprio i principi che afferma di difendere. E la sinistra che pretende di impartire lezioni di democrazia dovrebbe riflettere seriamente su queste contraddizioni.
A questo punto, però, il problema non riguarda più soltanto Filippo Ferraro. Riguarda anche la sindaca Sara Funaro e la responsabilità politica di chi guida Firenze
Dopo le precedenti polemiche, le dichiarazioni sulla sede di Futuro Nazionale e ora l’invito a non rivolgersi a commercianti e avvocati coinvolti nella raccolta firme, la sindaca non può cavarsela con il silenzio o con generiche dichiarazioni di stima nei confronti del presidente del Quartiere 5.
Funaro deve spiegare ai fiorentini se considera compatibili con un incarico istituzionale simili comportamenti e se intende assumere una posizione chiara nei confronti di un proprio esponente che, per la seconda volta, è stato costretto a chiedere scusa pubblicamente
Perché le istituzioni non sono proprietà di un partito, né strumenti da usare contro chi dissente. E un presidente di quartiere deve rappresentare l’intera comunità, non soltanto la parte politica alla quale appartiene.
Dopo due episodi così ravvicinati nella memoria politica cittadina, le scuse non sono più sufficienti. La credibilità istituzionale si misura anche nella capacità di assumersi le conseguenze delle proprie azioni.
La sindaca Funaro deve dare spiegazioni. Filippo Ferraro dovrebbe dimettersi.* Non per le sue idee politiche, ma perché chi ricopre un ruolo istituzionale deve dimostrare, con i comportamenti prima ancora che con le parole, di essere all’altezza della responsabilità che gli è stata affidata
Firenze merita istituzioni che garantiscano la libertà di tutti, non rappresentanti che debbano scusarsi ogni volta che dimenticano che cosa significhi davvero rispettarla.
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