REPORTAGE CULTURALE
Sant’Andrea, la pieve che custodisce le radici di Sarzana
Nel cuore della città, la chiesa più antica racconta nove secoli di storia: dalle fondazioni romaniche alla fornace delle campane, dal fonte di marmo carrarese a una Madonna ritenuta miracolosa.

Chi attraversa Sarzana passando accanto alla pieve di Sant’Andrea rischia di non accorgersi che sta sfiorando il luogo di culto più antico della città. La facciata è sobria e non vuole stupire. Eppure, basta fermarsi un momento, alzare lo sguardo verso il campanile o scendere sotto il pavimento, per trovare un racconto stratificato come poche altre chiese della Lunigiana possono offrire.
Che cos’è una pieve
Per capire Sant’Andrea bisogna partire dal nome. “Pieve” viene dal latino plebs, una parola che indicava il popolo dei fedeli e il luogo in cui si riuniva: per ascoltare i predicatori, per la messa domenicale e le altre funzioni, ma soprattutto per ricevere il battesimo.

Per secoli la pieve è stata l’unico luogo in cui si poteva diventare cristiani, perché solo qui si trovava il fonte battesimale, arredo esclusivo di queste chiese. Nel nome e nella funzione, dunque, Sant’Andrea è stata la casa della comunità sarzanese prima ancora di essere un monumento.
1137: un sinodo e una chiesa già compiuta
Le prime notizie documentarie risalgono al XII secolo, quando la chiesa era usata anche per scopi non strettamente liturgici. La data chiave è il 1137. In quell’anno il vescovo Gottifredo sceglie Sant’Andrea come sede del sinodo, l’assemblea del clero diocesano. È un dettaglio che dice molto: per ospitare tanti religiosi, l’edificio doveva essere già completo in ogni sua parte.
Com’era allora? Gli studiosi descrivono una chiesa romanica a tre navate divise da colonnati, chiusa da un’abside centrale e da due absidi minori laterali, con un pavimento probabilmente in lastre di pietra. Quella fase non è del tutto scomparsa.

La parte bassa della facciata e la base del campanile, sulla sinistra, sono ancora originali. Lo è anche la piccola bifora con colonnina, capitello e una testina scolpita che sembra osservare i passanti da quasi novecento anni.
Scendere nella “cripta”
L’esperienza più suggestiva si vive sotto i piedi del visitatore. La cosiddetta cripta non è una cripta in senso stretto. È lo spazio che si apre sotto il pavimento attuale, liberato con i restauri condotti tra il 1969 e il 1973. Qui affiorano le fondazioni del colonnato, del campanile e delle absidi romaniche.
C’è anche qualcosa di più raro. Si vedono le tracce del cantiere medievale, con una fornace usata per fondere le campane. In seguito, ne venne costruita una seconda, quando la torre campanaria fu rialzata e dotata di nuove campane. Poche chiese permettono di vedere così da vicino non solo come erano fatte, ma anche come venivano costruite.
Il Trecento: croce, agnello e stella
Dalla metà del XIV secolo la pieve cambia volto. Le absidi romaniche vengono demolite e lo spazio interno diventa un’aula unica. Il pavimento viene rialzato e rifatto in mattonelle di cotto, e nel muro destro si aprono nuove finestre. Di quegli interventi restano ancora frammenti di affresco.
Al Trecento appartiene anche il portale laterale, forse il dettaglio più eloquente dell’intero edificio.

Vi sono scolpiti tre simboli: una croce e un agnello, emblemi cristiani, e accanto una stella a otto punte, simbolo della città. Fede e identità civica compaiono così sulla stessa pietra. Nello stesso periodo il campanile viene sopraelevato e modificato per somigliare a quello della cattedrale di Santa Maria, quasi a mettere le due torri in dialogo nello skyline sarzanese.
Il grande cantiere del Cinquecento
La descrizione più precisa della chiesa rinascimentale viene dalla visita pastorale del cardinale Lomellini, datata 19 marzo 1568. L’interno è a navata unica, con una nuova abside e sei cappelle laterali, quattro a sinistra e due a destra.
Dal 1579 si apre un nuovo cantiere di ristrutturazione e ampliamento, affidato al maestro Giacomo, figlio di Guglielmo di Ugolino. Nel 1584 monsignor Angelo Peruzzi, durante la visita apostolica, trova i lavori ancora in corso. Si concludono prima del 23 settembre 1590, giorno in cui il vescovo Giovanni Battista Salvago consacra la chiesa.
È in questa stagione che nasce il gioiello di Sant’Andrea. Il presbiterio viene ampliato per accogliere un altare monumentale con il grande coro alle spalle. A destra dell’ingresso si ricava il battistero, con una volta affrescata. Lo scultore Giovanni Morello di Carrara realizza il nuovo fonte battesimale in marmo. L’intagliatore massese Giulio Giannozzi lo completa con una copertura lignea: una sorta di piccolo tempio a cupola, scandito da colonne e specchiature colorate e sormontato da una statuetta. Marmo apuano e legno intagliato si uniscono così nell’oggetto che, più di ogni altro, dà senso al nome di “pieve”.
I frati di San Francesco da Paola e una Madonna itinerante
Nel 1601 il vescovo Salvago affida la chiesa ai frati minimi di San Francesco da Paola, giunti in città in quegli anni. La loro presenza si legge ancora nell’altare laterale destro. Al centro c’è l’immagine del santo calabrese, circondata da piccole tele che ne narrano la vita.
Sul lato opposto, nella cappella di sinistra, si trova l’opera con la storia più movimentata. È un affresco trecentesco della Madonna con il Bambino, a lungo venerato come miracoloso. In origine si trovava lungo una strada pubblica. Fu poi trasferito nella chiesa dei Padri Domenicani, che oggi non esiste più: nell’Ottocento l’edificio fu trasformato nel Teatro degli Impavidi. Dopo varie traversie, l’immagine ha trovato la sua sistemazione definitiva a Sant’Andrea. È un piccolo esempio di come a Sarzana sacro e civile si siano intrecciati nel corso dei secoli.
Il Novecento: togliere per rivelare
I restauri del Novecento hanno seguito una logica quasi archeologica. Nel 1928 le pareti laterali sono state liberate dall’intonaco, e ancora oggi mostrano la muratura antica e le porzioni affrescate. Tra il 1969 e il 1973 è stata aperta l’area sotterranea. Nel 1975, per adeguare lo spazio alle nuove esigenze liturgiche, l’altare monumentale è stato rimosso. Il fonte battesimale è stato spostato al centro del presbiterio.
Quest’ultima scelta ha un valore simbolico forte. Il fonte è l’elemento che definiva la pieve, e oggi occupa il punto focale della chiesa, come a ricordare che la sua storia comincia e finisce con il battesimo della comunità.
Perché visitarla
Sant’Andrea non ha la monumentalità della cattedrale. Proprio per questo offre qualcosa di diverso: la possibilità di leggere, in un unico edificio, l’evoluzione di una città. Il romanico si vede nella facciata e nelle fondazioni, il Trecento civico nel portale con la stella, la Controriforma nel fonte e nelle cappelle, il restauro moderno nei muri messi a nudo. È una chiesa da percorrere lentamente, dall’alto verso il basso, fino alla cripta dove sono ancora visibili i resti delle fornaci per le campane.
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