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Home L'Editoriale

Accogliere non basta: per integrarsi bisogna volerlo

di Kishore Bombaci
22 Settembre 2026
In L'Editoriale
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ANCORA VIOLENZA ALLE CASCINE

immigrazione incontrollata

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Accogliere non basta: per integrarsi bisogna volerlo

C’è una parola che nel dibattito sull’immigrazione viene pronunciata continuamente e spiegata troppo poco: integrazione.

Perché integrare non significa semplicemente mettere insieme persone diverse e sperare che, prima o poi, imparino a convivere

Integrazione viene continuamente associata a un altro termine di cui evidentemente sì ignora il significato semantico: inclusione.
La sinistra se non usa almeno tre volte questa parola nell’esprimere un qualunque concetto, va in. Crisi di identità. Ciò potrebbe essere ridicolo se non fosse pericoloso. Perché il linguaggio modifica il pensiero e quindi le parole debbono essere utilizzate con piena cognizione di causa.

A maggior ragione quando si affrontano temi legati alla scuola e ai nostri giovani.
Partiamo da un presupposto logico benché trascurato

Una scuola davvero inclusiva ha bisogno di due cose: degli strumenti per accogliere chi arriva e della volontà, da parte di chi arriva, di entrare nella comunità che lo accoglie.

E il primo passo è uno soltanto: imparare la lingua

È questo il punto che Giorgia Meloni ha avuto il merito di riportare al centro con l’annuncio delle nuove misure sulla scuola. Il governo intende intervenire sulla presenza di studenti stranieri nelle classi e prevedere percorsi di apprendimento dell’italiano per i genitori degli alunni stranieri che presentano gravi difficoltà di inserimento.

La polemica è già partita, con l’accusa di razzismo

Ma prima di pronunciare etichette sarebbe utile leggere ciò che viene effettivamente proposto. E soprattutto attendere il testo che verrà approvato dal CDM. Ma si sa, la sinistra non perde occasione per fare polemiche inutili.
Il criterio indicato dalla Meloni, al contrario di quando vaneggiato dai detrattori, non è semplicemente la nazionalità. La questione riguarda soprattutto la conoscenza della lingua e le difficoltà di inserimento.

Ed è una differenza enorme

Uno studente straniero che parla italiano, segue le lezioni e partecipa alla vita della classe non è un problema di integrazione. Uno studente che non comprende la lingua nella quale vengono insegnate tutte le materie si trova invece davanti a un ostacolo concreto. Negarlo in nome del politicamente corretto non aiuta né lui né i suoi compagni.

Conoscere l’italiano non significa rinunciare alla propria cultura

Significa acquisire la possibilità di vivere pienamente nella società italiana. Significa poter capire un insegnante, parlare con i compagni, fare amicizia, comprendere le regole, proseguire gli studi e costruirsi un futuro.
In una parola significa proprio rendere operativo il concetto di integrazione. Sottrarlo alla strumentalizzazione linguista e politica e dargli corpo e anima.
In altre parole, la lingua, dunque, non è uno strumento di esclusione. È lo strumento che rende possibile l’inclusione.

Ed è proprio qui che casca l’asino per la sinistra

Per troppo tempo si è confusa l’accoglienza con l’integrazione, come se bastasse inserire tutti nella stessa aula per creare automaticamente una comunità.

Non funziona così

Se nella stessa classe si concentrano ragazzi che non condividono una lingua comune e che finiscono per interagire soprattutto all’interno dei rispettivi gruppi culturali, il rischio è che la scuola diventi il luogo nel quale le divisioni vengono semplicemente riprodotte. Non una comunità, ma tante comunità che convivono e sovente cofliggono senza incontrarsi davvero.

Una scuola del genere non è più inclusiva: rischia di diventare una scuola di ghetti.
Naturalmente lo Stato ha delle responsabilità precise

Non si può pretendere che una famiglia impari l’italiano senza offrirle corsi e strumenti adeguati. Non si possono scaricare sugli insegnanti problemi che richiedono risorse, personale e organizzazione.

Ma esiste anche una responsabilità individuale

Chi arriva in Italia onestamente ha il diritto di essere accolto, ma ha anche il dovere di compiere il percorso necessario per diventare parte della società italiana. Imparare la lingua è il minimo indispensabile. Non è un atto di sottomissione culturale. È rispetto per il Paese nel quale si è scelto di vivere e, soprattutto, è rispetto per i propri figli.
La vera integrazione, insomma, non può essere a senso unico.

Il Paese ospitante apre le porte

Chi entra deve avere la volontà di attraversarle.
Su questo Meloni ha avuto il merito di porre una questione reale, e le reazioni scomposte degli avversari lo dimostrano.
Il principio di fondo tuttavia è difficile da contestare: non esiste integrazione senza una lingua comune.
E forse è arrivato il momento di dirlo senza paura di essere accusati di essere cattivi o intolleranti. Una società multiculturale non può funzionare. A meno che non esista un percorso di accettazione della cultura e dei valori della comunità ospitante.

A scuola, quel qualcosa parte innanzitutto la lingua italiana

Perché accogliere può anche a certe condizioni essere un diritto. Ma Integrarsi, però, è un dovere. E per poter fare si che il meccanismo funzioni bisogna volerlo in due.

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Tags: Centro di accoglienzaCLANDESTINIIntegrazionePRIMO PIANO
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