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Home RIFLESSIONE

La storia è un ottimo insegnante ma i politici in Europa sono pessimi alunni

di Simone Margheri
10 Settembre 2026
In RIFLESSIONE
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EUROPARLAMENTO
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La storia è un ottimo insegnante ma i politici in Europa sono pessimi alunni.

Il 43,8% raccolto dall’AfD in Sassonia-Anhalt non è un incidente della politica regionale tedesca. È un campanello d’allarme per tutta l’Europa. Per la prima volta dal dopoguerra, un partito dell’estrema destra è a un passo dal governare un Land tedesco. Sarebbe un errore liquidare quei voti come il capriccio di elettori ignoranti o nostalgici: dietro c’è una crisi economica, sociale e politica che il sistema democratico europeo non può più permettersi di ignorare.

Guardiamo alla storia, allora, ma senza scorciatoie: né parallelismi semplicistici, né la finzione di non vedere le somiglianze

Come nasce un mostro
Il nazismo non conquistò il potere con un colpo di Stato militare. Crebbe dentro una democrazia devastata dalla crisi: prima l’iperinflazione del 1923, poi la depressione del 1929, la disoccupazione di massa, il crollo della fiducia nelle istituzioni. Hitler non fu “eletto” cancelliere: fu nominato da Hindenburg il 30 gennaio 1933, dopo che il suo partito era diventato la prima forza del Reichstag.

Ma ci arrivò anche grazie a una capacità precisa: trasformare la rabbia sociale in una narrazione semplice, trovare un colpevole, costruire un nemico, promettere una rinascita

È questo meccanismo che dobbiamo temere oggi. Non un’equivalenza storica tra AfD e nazismo, che sarebbe tanto comoda quanto falsa.
I problemi veri e le risposte false
Quando una società entra in crisi, la tentazione populista è sempre la stessa: trasformare problemi complessi in colpevoli semplici. L’AfD indica Bruxelles, l’euro, l’immigrazione, le élite. E alcune delle critiche che solleva non sono infondate: la burocrazia europea è spesso soffocante, l’immigrazione va governata sul serio, l’energia costa troppo, la Germania ha perso competitività industriale.

Individuare problemi reali è legittimo. Costruire una spiegazione falsa per quei problemi, no

Prendiamo l’euro. La Germania è stata tra le principali artefici dell’Unione monetaria e tra i Paesi che più ne hanno beneficiato: secondo il ministero delle Finanze tedesco, nel 2023 il 55% delle esportazioni tedesche è andato verso l’UE, quasi il 40% verso l’area euro.

Berlino stessa riconosce che la moneta unica ha eliminato il rischio di cambio e abbassato i costi di transazione per una delle economie più esportatrici del pianeta. La favola della Germania “vittima” dell’Europa non regge ai numeri

Anzi: una Germaexit sarebbe la prima a pagarne il conto.

Non meno Europa, un’Europa diversa
Questo non significa che l’Europa non debba cambiare. Significa il contrario: deve cambiare in fretta, per diventare più forte, non più piccola. Il problema non è avere troppa Europa nei settori strategici.

È averne troppo poca dove servirebbe una scala continentale, e troppa regolazione dove basterebbero mercato, concorrenza e buon senso

È qui che l’Europa deve imparare dagli Stati Uniti la capacità di trasformare ricerca, capitale ed energia in crescita, e dall’Asia la capacità di difendere i propri settori industriali strategici. Il punto non è chiudersi al mondo: è smettere di essere l’unico grande mercato globale che compete con una mano legata dietro la schiena.

Il mondo, intanto, è già cambiato. Gli Stati Uniti corrono sull’innovazione. La Cina è una potenza industriale capace di sfidare l’Europa proprio nei settori in cui si credeva imbattibile. L’India cresce rapidamente. E a queste si aggiungono potenze autoritarie come Russia e Iran, per cui forza economica, energetica e militare sono strumenti della stessa strategia

La Germania paga il conto del ritardo
Volkswagen ha annunciato fino a 50.000 tagli e una riduzione della produzione in diversi stabilimenti tedeschi. Audi affronta una concorrenza cinese sempre più aggressiva, e ha appena lanciato una nuova compatta elettrica nel tentativo di recuperare terreno, mentre la casa madre fa i conti con sovracapacità, dazi americani e pressione cinese.
Non è un incidente di percorso.

È il risultato di un modello che per troppo tempo ha dato per scontato che la Germania avrebbe continuato a vendere auto, macchinari e prodotti chimici al mondo solo perché li aveva sempre venduti. Quel mondo non esiste più

Riformare o cercare un capro espiatorio
Quando un grande Paese entra in difficoltà, ci sono due strade: riformare il modello produttivo, oppure cercare un capro espiatorio. La prima è la strada della politica liberale e democratica. La seconda è quella del populismo. E l’AfD la sta sfruttando con abilità.

Non significa che chi la vota sia nazista: sarebbe una sciocchezza, oltre che un autogol politico. Significa che una forza populista prospera quando i partiti democratici lasciano irrisolti i problemi reali e regalano agli avversari il monopolio della loro spiegazione

È esattamente la lezione che la storia continua a offrirci, inascoltata.
Meno ideologia, più economia
La risposta non può essere più Stato, più tasse, più sussidi e altra burocrazia. E non può nemmeno essere il suo opposto speculare: smontare l’Unione europea, uscire dall’euro, lasciare ogni Paese solo contro Stati Uniti, Cina e India. Sarebbe una follia.
Serve meno ideologia e più economia. Meno “social woke” travestito da religione civile e più produttività. Meno prescrizioni dall’alto e più libertà d’impresa. Meno burocrazia e più capitale privato. Più energia a prezzi competitivi, con una politica energetica tecnologicamente neutrale.

Non è un caso che le parole più lucide di questi giorni arrivino dalla Polonia

Donald Tusk, che di certo non appartiene alla destra radicale europea, ha definito irresponsabile esultare per la vittoria dell’AfD, avvertendo della gravità di ciò che sta accadendo in Germania. Ma la sua lezione va oltre la polemica di giornata: l’Europa deve tornare competitiva. Lo stesso presidente del Consiglio europeo, António Costa, dopo l’incontro con Tusk, ha indicato competitività, energia accessibile, innovazione e mercato unico integrato come le condizioni della forza europea, sottolineando che la transizione energetica va condotta con neutralità tecnologica, nucleare incluso.
Il nucleare non è di destra né di sinistra. È una tecnologia. E se produce energia abbondante, stabile e a basse emissioni, il fatto che una parte della sinistra europea l’abbia trattata per anni come una bestemmia ideologica non la rende meno reale.
Lo stesso vale per il Green Deal: decarbonizzare è un obiettivo condivisibile, ma se per raggiungerlo si smonta la competitività industriale europea mentre la Cina accelera sulla produzione a basso costo, il risultato è opposto a quello sperato, deindustrializzare l’Europa e importare dalla Cina ciò che l’Europa non produce più. Non è ecologismo. È autolesionismo industriale.
Il tempo della rendita è finito
La Germania lo sta imparando nel modo più doloroso. Per decenni ha vissuto di energia conveniente, enormi mercati di esportazione e dominio industriale. Oggi la concorrenza cinese, i costi energetici, la burocrazia e il ritardo tecnologico stanno smontando quel modello: l’istituto Ifo indica proprio negli alti costi energetici, nella pressione fiscale crescente, nel ritardo digitale e nella burocrazia gli ostacoli principali alla competitività tedesca.

Per questo la risposta alla vittoria dell’AfD non può ridursi a un “mai con loro”

Il cordone sanitario può essere necessario per difendere la democrazia, ma da solo non risolve le ragioni per cui milioni di cittadini scelgono di votare contro il sistema. Bisogna togliere all’AfD il carburante che alimenta il suo consenso: crescita, lavoro, sicurezza, energia, innovazione, meno tasse su lavoro e impresa, meno burocrazia, più libertà economica, un mercato unico davvero compiuto, una politica europea capace di difendere i propri interessi nel mondo.
Questa, e non un’Europa più debole, è la vera alternativa al populismo. Non 27 piccoli mercati che negoziano separatamente con Washington o Pechino, ma un grande mercato di 450 milioni di consumatori capace di produrre tecnologia, energia, capitale e sicurezza.

La Bundesbank ricorda che l’euro è oggi la seconda valuta più importante al mondo e che circa il 75% delle esportazioni tedesche di beni è fatturato in euro

Non è un fallimento europeo. È un patrimonio da difendere e far fruttare, avendo però il coraggio di buttare via ciò che non funziona e conservare ciò che funziona. È questa la differenza tra conservatorismo e conservazione. Ed è questa la differenza tra una democrazia capace di correggersi e una democrazia che, incapace di risolvere i problemi, finisce per consegnarli ai populisti.
La lezione da non ripetere
La storia ci ha già mostrato come può cominciare: una crisi economica, una classe politica incapace di rispondere, una popolazione arrabbiata, un sistema democratico delegittimato, la ricerca di un nemico, la promessa di una rinascita nazionale.

Le differenze con gli anni Trenta restano enormi, e non vanno cancellate: l’Europa di oggi non è la Repubblica di Weimar, l’AfD non è il NSDAP

Ma proprio perché le differenze sono enormi, abbiamo ancora la possibilità di fermare il meccanismo prima che degeneri.
Per farlo, però, serve capire una cosa semplice: la democrazia liberale non si difende solo con la memoria del passato. Si difende facendo funzionare il presente. Se l’Europa vuole evitare che la rabbia economica diventi rabbia politica, deve tornare a essere il luogo dove conviene investire, innovare, lavorare, fare impresa. Deve imparare dagli Stati Uniti ciò che sanno fare meglio, competere con la Cina senza imitarne il modello politico, collaborare con l’India, restare alleata delle democrazie occidentali, contenere le autocrazie che minacciano la sua sicurezza.

E deve capire, una volta per tutte, che libertà economica, innovazione e crescita non sono nemiche della democrazia

Sono una delle sue migliori assicurazioni sulla vita.
La storia è un’insegnante. Il problema è che, troppo spesso, trova studenti che preferiscono ripetere gli stessi errori invece di studiare la lezione.

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