SCANDICCI, PIÙ DIVISE NON BASTANO: LA SICUREZZA È QUANTA PAURA FA LA LEGGE A CHI LA VIOLA
Bene il terzo turno. Bene le nuove assunzioni. Bene le telecamere, gli allarmi nelle scuole e la collaborazione con le forze dell’ordine.
Ma diciamolo senza ipocrisie: la sicurezza non si misura contando quante divise circolano per strada. Si misura da quanto quelle divise riescono a essere rispettate da chi delinque
Ed è proprio qui che la politica dovrebbe cominciare a farsi qualche domanda.
La sindaca Claudia Sereni annuncia che il terzo turno della Polizia Locale su sei notti è ormai una strada tracciata. Una scelta che va nella direzione giusta, anche perché il problema della sicurezza a Scandicci è reale e non può essere liquidato con la vecchia formula secondo cui si tratterebbe soltanto di una questione di “percezione”.
I numeri raccontano un’attività tutt’altro che simbolica: nei primi mesi il servizio serale ha identificato centinaia di persone, con una presenza significativa di minorenni
E l’amministrazione ha annunciato nuove assunzioni proprio per rafforzare il presidio senza sguarnire il servizio diurno.
Ma una pattuglia non è un talismano.
Una divisa funziona quando chi la vede sa che dietro c’è un’autorità reale, sostenuta dalla politica, dalle istituzioni e dalla certezza delle conseguenze. Altrimenti rischiamo di costruire soltanto una scenografia della sicurezza.
Perché il problema non è semplicemente vedere un agente in più
Il problema è che il malvivente sappia che, se viene fermato, identificato e denunciato, quella denuncia avrà conseguenze concrete. Che la resistenza a un pubblico ufficiale non sarà considerata una fastidiosa parentesi burocratica. Che aggredire un agente non sarà un rischio calcolato.
E qui arriviamo al punto che da tempo contestiamo alla politica, anche a quella fiorentina.
La percezione della sicurezza non è soltanto quella del cittadino. È anche quella del criminale. Il cittadino deve percepire che lo Stato c’è. Ma anche chi delinque deve percepire che lo Stato c’è contro di lui
Alle Cascine abbiamo raccontato pochi giorni fa il caso del 27enne nigeriano fermato con una lama di dieci centimetri, che avrebbe opposto resistenza ferendo due agenti. Dopo diversi precedenti e altre denunce nel solo mese di agosto, è tornato in libertà con l’obbligo di firma.
Non è una questione etnica. Sarebbe sbagliato e ingiusto trasformarla in questo. È una questione di certezza della legge.
Chiunque aggredisca un agente deve sapere che la divisa rappresenta lo Stato e che lo Stato non arretra
Perché se un uomo viene arrestato, denunciato e poche ore dopo torna nella stessa strada dove è stato fermato, il messaggio che arriva non è soltanto al cittadino. Arriva anche a tutti quelli che osservano. E il messaggio rischia di essere devastante: posso rischiare.
Lo stesso discorso vale per l’oltraggio ai simboli della Repubblica
A Firenze, nei pressi di Santa Maria Novella, un uomo di origine marocchina, irregolare sul territorio italiano, è stato identificato dopo aver staccato il Tricolore, averlo gettato a terra e calpestato. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha annunciato che l’uomo è stato portato in un CPR in vista del rimpatrio.
Ecco, questo dovrebbe essere il principio: le nostre regole valgono per tutti
Non perché chi arriva da un altro Paese sia meno degno di chi nasce in Italia, ma esattamente per il motivo opposto: perché chi vive in Italia deve rispettare le leggi italiane, indipendentemente dalla provenienza.
Ed è qui che la sinistra dovrebbe compiere finalmente un vero salto culturale
Non basta dire che la sicurezza è importante. Bisogna sostenere senza ambiguità chi quella sicurezza deve garantirla.
A Bologna abbiamo visto cosa accade quando il rapporto tra una parte della politica e le forze dell’ordine diventa una continua contrapposizione
Negli scontri seguiti al presidio per Abderrahim Fakir furono 64 gli operatori delle forze dell’ordine feriti, secondo il primo bilancio della Questura. Un agente del Reparto Mobile, Luca Calabrese, ha poi raccontato di una vera e propria “guerriglia urbana” e ha lamentato di non aver ricevuto dal sindaco Matteo Lepore la solidarietà che si sarebbe aspettato.
Questo è il punto. Si può discutere sull’operato di un agente. Si può criticare un intervento.
Si può chiedere che ogni abuso venga accertato
Ma non si può delegittimare sistematicamente chi indossa una divisa e poi pretendere che quella stessa divisa venga percepita come autorevole.
La politica non può chiedere agli agenti di essere inflessibili con chi delinque e, allo stesso tempo, lasciar passare nell’opinione pubblica l’idea che siano loro il problema. È una contraddizione che alla lunga si paga.
E allora, sindaca Sereni, ben vengano le sei notti. Ben vengano le telecamere, gli agenti, gli incontri con commercianti, anziani, giovani e forze dell’ordine
Ma adesso serve il passo successivo: la politica deve smettere di pensare che la sicurezza sia una questione di quantità e cominciare a considerarla una questione di autorevolezza.
Più divise, sì. Ma divise sostenute. Divise rispettate. Divise a cui la legge riconosca strumenti adeguati. Divise che non debbano uscire ogni sera sapendo che, anche quando fermano qualcuno con precedenti, con armi improprie o che ha appena opposto resistenza, il rischio è che poche ore dopo quella persona sia di nuovo in strada.
E questo vale anche per l’immigrazione irregolare
Non è razzismo chiedere che chi non ha titolo per restare in Italia venga effettivamente rimpatriato: è applicazione delle regole. E se una persona irregolare commette reati, la questione della sua permanenza sul territorio non può essere trattata come un dettaglio secondario.
I CPR possono essere uno strumento necessario, ma devono essere parte di una politica più ampia ed efficace: identificazione, procedure rapide, rimpatri effettivi quando ne ricorrono i presupposti.
Perché c’è anche un paradosso che nessuno dovrebbe ignorare: se per accompagnare una persona da Firenze a un CPR lontano centinaia di chilometri servono quattro agenti impegnati per due giorni, quelle stesse quattro divise vengono sottratte per due giorni alle strade dove servirebbero
L’obiettivo dovrebbe essere uno solo: rendere la procedura talmente efficiente da non trasformare ogni rimpatrio in un’operazione logistica enorme.
La sinistra, soprattutto quella che governa città come Firenze e Bologna, dovrebbe avere il coraggio di fare un vero mea culpa. Non per dare ragione alla destra, ma per dare ragione ai cittadini. Perché la sicurezza non è di destra: è il presupposto della libertà.
E chi indossa una divisa per difenderla non dovrebbe essere sostenuto soltanto quando consegna una multa per divieto di sosta
Dovrebbe essere sostenuto soprattutto quando si trova davanti a chi delinque, quando viene insultato, minacciato, aggredito e messo fisicamente alla prova.
Quindi sì: più divise a Scandicci.
Ma insieme alle divise servono autorevolezza, certezza della pena, rimpatri effettivi per chi deve essere rimpatriato e, soprattutto, una politica capace di dire una cosa semplice, senza “se” e senza “ma”: chi aggredisce una divisa aggredisce lo Stato
E lo Stato non può permettersi di sembrare debole.
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