FIRENZE STA DIVENTANDO LA CEUTA ITALIANA?
Alle Cascine ormai non basta più parlare di degrado. Bisogna avere il coraggio di parlare di sicurezza, e di chiamare le cose con il loro nome, e bisogna avere coraggio a frequentarle
L’ultimo episodio raccontato dalla cronaca è, in questo senso, un caso di scuola. Un 27enne nigeriano viene fermato al parco con un coltello a serramanico dalla lama di circa dieci centimetri.
Durante il controllo rifiuta di fornire le proprie generalità, oppone resistenza e aggredisce due agenti della Polizia municipale, entrambi rimasti feriti
Ma il dettaglio che dovrebbe far riflettere non è solamente questo, anche se di per sé sufficiente a una riflessione che dovrebbero avere soprattutto a Palazzo Vecchio quelli che parlano di “inclusività”: secondo quanto riportato da La Nazione, nello stesso mese di agosto l’uomo era già stato denunciato quattro volte, per porto di oggetti atti a offendere, rapina e resistenza, oltre a una denuncia per furto aggravato il giorno precedente al fermo.
Quattro denunce in un mese. Poi un arresto con coltello e aggressione a due agenti
E cosa succede? Arresto, direttissima, e unica conseguenza immediata per il soggetto è l’obbligo di firma. Quindi torna libero.
È qui che nasce la domanda che nessuno, possibile che nella giunta a Palazzo Vecchio come in Regione, sembra avere davvero voglia di porsi: quale messaggio arriva a chi delinque quando una sequenza di denunce non produce una conseguenza realmente percepibile?
Sia chiaro, questa non è una critica alla magistratura come categoria, né significa sostenere che un giudice debba applicare una pena diversa da quella prevista dalla legge.
Le misure cautelari hanno presupposti precisi, e il CPR non è, né deve diventare, un carcere alternativo.
Chi lavora nei tribunali applica le norme che il legislatore gli consegna, non ne scrive di proprie.
Ma proprio per questo la domanda politica diventa più semplice, non più complicata: se una persona straniera è irregolare sul territorio nazionale, non ha titolo a rimanervi e ricorrono i presupposti dell’espulsione, perché la procedura non viene attivata con la massima rapidità e urgenza, con il trattenimento in un CPR quando necessario ai fini del rimpatrio, magari in Albania ad esempio?
I CPR esistono esattamente per questo. Non per punire qualcuno al posto della magistratura, ma per impedire che una persona destinataria di un provvedimento di espulsione scompaia semplicemente nel territorio nazionale, rendendo impossibile il rimpatrio
La normativa italiana prevede il trattenimento nei casi stabiliti dalla legge e lo sottopone alla convalida dell’autorità giudiziaria: un doppio livello di garanzia che, sulla carta, dovrebbe funzionare.
Nel 2026 il legislatore ha peraltro ulteriormente rafforzato gli strumenti su espulsioni, rimpatri e CPR, proprio per rispondere a casi come questo. Il problema, allora, non è l’assenza di norme: è la distanza tra la norma scritta e la sua applicazione quotidiana sul territorio.
Situazioni simili, ormai all’ordine del giorno a Firenze, non fanno altro che minare la credibilità delle istituzioni agli occhi di chi delinque, col rischio di un’emulazione diffusa
Indubbiamente la questione è politica prima ancora che giudiziaria. Firenze vuole essere una città nella quale chi rispetta le regole viene protetto e chi le viola sa che prima o poi dovrà risponderne, oppure una città nella quale il cittadino onesto deve imparare a convivere con il degrado, la violenza e l’insicurezza?
Perché alle Cascine non ci sono soltanto statistiche.
Ci sono famiglie, anziani, ragazzi, commercianti e cittadini, come chi scrive tra l’altro, che vorrebbero semplicemente attraversare un parco senza chiedersi chi incontreranno dietro una siepe
E c’è una Polizia municipale che deve fare il proprio lavoro sapendo che, dopo aver fermato una persona armata e averne subito la resistenza, quella stessa persona potrebbe ritrovarsi nuovamente sul territorio nel giro di poche ore, e umanamente chiedersi: “ma chi ce lo fa fare?”.
Questa non è una questione di destra o di sinistra. È una questione di credibilità dello Stato, della Magistratura, della Regione e del Comune, che vale a prescindere da chi amministra la città o il Paese in un dato momento: è un principio cardine della tenuta sociale.
NON È SOLO UN PROBLEMA FIORENTINO: IL CASO DI TORINO
Per capire che non si tratta di un episodio isolato, o di un problema che riguarda solo Firenze e le Cascine, vale la pena guardare a quanto accaduto in questi giorni a Torino, un caso diverso nella sostanza ma che tocca esattamente lo stesso nervo scoperto: la distanza tra la gravità riconosciuta di un fatto e la misura concretamente applicata.
A Torino un uomo di 42 anni, cittadino bengalese e incensurato, è accusato di aver costretto una ragazzina di 13 anni a subire atti sessuali all’interno del minimarket dove lavorava, nel quartiere Madonna di Campagna
Le telecamere del negozio avrebbero documentato l’episodio, e circa 40 minuti prima avrebbero registrato un comportamento analogo nei confronti di un’altra cliente, adulta, che sarebbe riuscita ad allontanarsi.
Il titolo che ha fatto il giro dei giornali, “rilasciato perché ha mostrato dispiacere”, è una semplificazione. Il Gip ha effettivamente riconosciuto “gravi indizi di colpevolezza” e un “concreto e attuale pericolo di commissione di reati” della stessa specie, ma non ha convalidato la richiesta di carcere avanzata dal pubblico ministero, ritenendo non sufficientemente dimostrato il pericolo di fuga
Ha imposto invece l’obbligo di firma, valorizzando anche il fatto che l’uomo fosse incensurato, avesse collaborato fornendo le immagini delle telecamere e avesse mostrato, nelle sue parole, “resipiscenza”.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha disposto un’ispezione ministeriale, precisando di non voler interferire con l’indipendenza della magistratura: gli ispettori possono verificare la correttezza dell’operato giudiziario, non ordinare al Gip cosa decidere.
Giorgia Meloni, dal canto suo, ha posto il problema in termini politici, il Governo può inasprire le norme, finanziare le forze dell’ordine, aumentare gli organici, ma se poi una misura cautelare severa viene sostituita da un obbligo di firma, l’effetto concreto sulla sicurezza rischia di essere molto diverso da quello che il legislatore intendeva produrre
Il punto giuridico resta comunque questo: in Italia la custodia cautelare non è una pena anticipata, e la legge non consente di mandare automaticamente in carcere qualcuno solo perché il reato è gravissimo.
Serve un pericolo di reiterazione concreto e attuale, non presunto dalla sola gravità del fatto.
Il Gip di Torino quel pericolo lo ha riconosciuto, e proprio per questo la domanda seria non è se l’uomo abbia mostrato pentimento, ma se sia davvero adeguato lasciare libero, con il solo obbligo di firma, chi un giudice ritiene concretamente in grado di commettere di nuovo lo stesso reato.
Ecco perché Torino e Firenze, pur partendo da fatti completamente diversi, uno di sicurezza urbana e degrado, l’altro di violenza su una minore, raccontano la stessa storia: quella di un sistema in cui le norme sulla carta esistono, spesso vengono persino rafforzate dal legislatore, ma nella loro applicazione quotidiana si affievoliscono fino a produrre conseguenze che il cittadino comune fatica a percepire come reali
A Firenze si discute di espulsioni e CPR mai davvero attivati con la dovuta rapidità, a Torino di custodie cautelari richieste e non convalidate.
In entrambi i casi il nodo non è la mancanza di strumenti giuridici, ma la distanza tra ciò che la legge consente e ciò che, di fatto, accade sul territorio.
IL CONTO LO PAGA SEMPRE LO STESSO CITTADINO
Una politica realmente inclusiva dovrebbe essere inclusiva innanzitutto verso chi rispetta le regole, perché l’inclusione senza legalità rischia di trasformarsi nella sua caricatura, e a Firenze, città di multati e tartassati, la tolleranza è riservata a chi delinque, mentre a chi subisce si chiede pazienza.
Firenze rischia di pagare un prezzo altissimo per questa confusione, perché una città può accogliere, integrare e offrire opportunità, ma può farlo soltanto se stabilisce un principio elementare: chi rispetta le regole è il benvenuto, chi le viola deve affrontare le conseguenze previste dalla legge. Altrimenti accade il contrario.
Il conto lo paga sempre lo stesso cittadino: il residente paga tasse, IMU, Tari, multe, parcheggi, servizi e sempre nuove restrizioni
E quando chiede sicurezza gli viene spiegato che il problema è complesso, che bisogna comprendere, includere, recuperare, aspettare.
Nel frattempo, però, c’è chi viene fermato con un coltello, accumula denunce nel giro di poche settimane e torna in strada con il solo obbligo di firma, esattamente come, a Torino, chi un giudice riconosce come concretamente pericoloso torna comunque al proprio lavoro con lo stesso obbligo di firma.
E allora la domanda diventa inevitabile: quanto deve ancora aspettare il cittadino, a Firenze come a Torino, prima che il diritto alla sicurezza torni ad avere lo stesso peso del diritto, per chi delinque, a non essere espulso o trattenuto quando la legge lo consentirebbe?
La domanda non è retorica: vorremmo sapere quando, per legge, situazioni come queste determinano davvero il trattenimento in un CPR o una misura cautelare più severa, e non soltanto un obbligo di firma.
Firenze non deve diventare una Ceuta italiana, e con episodi simili, sempre più frequenti, e non isolati, come dimostra anche quanto accaduto a Torino, sembra diventarlo ogni giorno di più
Ma per evitarlo bisogna smettere di considerare ogni allarme sulla sicurezza come una fastidiosa esagerazione, buona solo per la propaganda
Le Cascine non hanno bisogno di slogan. Hanno bisogno di presenza dello Stato, certezza delle conseguenze e rispetto delle regole. Per tutti. Soprattutto per chi quelle regole le rispetta ogni giorno.
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