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Home L'Editoriale

Il prezzo occulto della crisi ucraina per l’Europa ​

di Alessandro Scipioni
28 Agosto 2026
In L'Editoriale
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GUERRA
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Il prezzo occulto della crisi ucraina per l’Europa

​La narrazione geopolitica dominante ci ripete in modo ossessionante che esiste un unico confine netto tra aggressore e aggredito, impedendoci di guardare in faccia la complessità della realtà e di valutare con onestà intellettuale le molteplici responsabilità che hanno condotto alla situazione odierna in Ucraina.

​Il conflitto bellico è un flagello esecrabile, da condannare senza riserve, ma la prospettiva di una pace negoziata non prenderà mai forma facendo il tifo per l’una o l’altra fazione. È un dato oggettivo che all’interno delle dinamiche di governo a Kiev siano state tollerate, se non alimentate, spinte ultranazionaliste e xenofobe a forte danno delle popolazioni di lingua russa, come dimostrano i tragici eventi di Odessa e il dramma della Casa dei Sindacati perpetrato da gruppi radicali

A ciò si aggiungono evidenti frizioni sul piano internazionale: non costituisce un caso isolato che la Polonia abbia revocato la sua più alta onorificenza a Volodymyr Zelensky, o che autorevoli esponenti della comunità ebraica abbiano duramente protestato per commemorazioni ufficiali caratterizzate da richiami a specifiche unità responsabili del massacro di ebrei durante il secondo conflitto mondiale.

​Sotto la superficie di una democrazia immacolata descritta dai media occidentali, emerge la figura di un leader sostenuto da poteri transnazionali, assimilabile per certi versi agli assetti di potere dei vecchi governi del Sud Vietnam, più che a un baluardo di libertà.

​La questione dei confini e dei rapporti di forza planetari risponde a logiche di potenza spietate. Proviamo a ribaltare l’ipotesi geopolitica: se si fosse insediato a Città del Messico un governo socialista antistatunitense, regolarmente e democraticamente eletto, pronto a concedere basi strategiche a potenze come la Russia o la Cina, quale sarebbe stata l’immediata reazione di Washington?

​La risposta appare evidente. In quel frangente, qualcuno avrebbe condannato i marines intervenuti per rovesciare quel governo? Vorrei essere chiarissimo: chi scrive sarebbe stato il primo a non farlo, pur riconoscendo i propri orientamenti di vicinanza a una visione pragmatica e conservatrice — come quella incarnata da Trump —, mossa dalla convinzione che le alternative rivoluzionarie o destabilizzanti generino scenari peggiori. In ogni caso, in un simile scenario, la reazione di sicurezza nazionale sarebbe stata identica a prescindere dal colore politico dell’esecutivo messicano.

​Il riequilibrio del sistema globale porta inevitabilmente con sé attriti profondi, ma la gestione politica ed economica di questa crisi si è rivelata catastrofica

L’ampio dibattito emerso attorno alle prospettive di risoluzione evidenzia una realtà che l’Occidente non può più permettersi di ignorare: la necessità assoluta di riattivare canali di dialogo diretto con Mosca. Non ne ha bisogno soltanto l’Unione Europea, ma lo esige la stessa superpotenza americana, la cui priorità strategica di lungo periodo resta la concentrazione di sforzi e risorse sullo scacchiere asiatico e del Pacifico.

​Perseverare in una strategia di tensione permanente e di guerra prolungata alle porte di casa significa limitare strutturalmente le possibilità di sviluppo, autonomia e prosperità dell’Europa.

Sul piano geopolitico globale, i frutti di questa linea miope sono sotto gli occhi di tutti: abbiamo ottenuto il risultato di compattare e rafforzare il blocco dei BRICS e dei paesi non allineati, accelerando un processo irreversibile di de-dollarizzazione e di progressivo sganciamento dai mercati occidentali che si ripercuoterà negativamente sulla nostra economia per i prossimi decenni. La prospettiva di una contrapposizione su due fronti rappresenta uno scenario altamente rischioso per la tenuta dell’Occidente, eppure le diplomazie europee sembrano aver abdicato a qualsiasi ruolo di mediazione autonoma.

​Il nostro Paese, in particolare, vive una drammatica carenza di materie prime e soffre di costi energetici insostenibili.

Portare avanti una linea economica e sanzionatoria a totale discapito dei cittadini europei, unita a un sostegno incondizionato e acritico verso uno degli apparati statali più corrotti e opachi del panorama internazionale, costituisce un errore imperdonabile

​Nessun cittadino italiano o europeo, schiacciato da un’inflazione pesante e dalle ripercussioni economiche globali, riesce a comprendere le ragioni per cui debba pagare l’energia a caro prezzo in nome di una retorica sulla libertà che cozza violentemente contro la realtà dei fatti ucraini.

​Il pericolo reale è che le classi dirigenti e le cancellerie del continente che hanno sostenuto acriticamente questa linea vadano incontro alla tagliola implacabile delle urne

Gli elettori possiedono gli strumenti per esprimere un forte dissenso e scoraggiare i governi dal proseguire su questa strada, specie in un contesto in cui la crisi energetica si riflette direttamente sui costi dei carburanti e l’inverno si avvicina rapidamente.

​Tale dinamica potrebbe manifestarsi a breve in Francia e in Germania: nella prima attraverso le scadenze presidenziali, nella seconda tramite un riequilibrio di poteri destinato a costringere i partiti tradizionali a un profondo ripensamento

Anche in Italia, il rischio di una grave instabilità politica può facilmente germogliare da un autunno economicamente insostenibile per famiglie e imprese, strette tra la necessità vitale dell’energia e la sua inaccessibilità economica.

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Tags: ENERGIAEUROPAIN EVIDENZARussiaUCRAINA
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