LA SINISTRA ITALIANA È SINONIMO DI INSICUREZZA È ORA CHE ANCHE I POLITICI PAGHINO PER CIÒ CHE CAUSANO
Per anni la sinistra italiana ha commesso lo stesso errore: trasformare la sicurezza in un tema ideologico invece che amministrativo.
A Firenze il caso è emblematico
Nel 2018 l’allora sindaco Dario Nardella definiva la sicurezza un problema soprattutto “percettivo”, mentre cittadini, comitati e opposizioni denunciavano un degrado sempre più evidente.
Da allora le denunce si sono moltiplicate, ma la risposta politica è rimasta pressoché invariata: minimizzare, accusare chi solleva il problema di “soffiare sull’odio” e ripetere a parole che inclusione e accoglienza, da sole, sarebbero sufficienti a risolvere ogni criticità come durante l’ultima campagna del Sindaco Funaro.
Nel frattempo, però, la realtà ha continuato a peggiorare
Sono passati due anni dall’elezione di Sara Funaro e il bilancio è sotto gli occhi di tutti. Le Cascine continuano a essere uno dei principali luoghi di spaccio della città, la zona della stazione vive una situazione di degrado cronico, il centro storico, sempre più svuotato di residenti, è diventato un enorme albergo a cielo aperto dove turisti e cittadini convivono con borseggiatori, truffatori delle “tre carte”, baby gang e persone senza fissa dimora e le periferie in mano a rapinatori, stupratori, spacciatori ladri specializzati in spaccate ecc. ecc. aiutati nella mobilità cittadina dall’opera pubblica simbolo della giunta la otmai famosa ” tramvia fiorentina ” .
Ormai da anni Firenze compare stabilmente tra le città italiane con i più alti livelli di criminalità denunciata
Non più solo degrado: le mafie straniere a cielo aperto
Quello che a Firenze si continua a chiamare, con eufemismo, “degrado” ha ormai un nome e una struttura organizzativa precisa. Da anni la Fondazione Antonino Caponnetto, che monitora la presenza della criminalità organizzata straniera sul territorio, documenta come l’area delle Cascine, in particolare la zona del “boschetto” attorno alla fermata della tramvia e i viali verso la Leopolda, sia sotto il controllo di una criminalità nigeriana di stampo mafioso, riconosciuta come tale anche in sede giudiziaria. Il presidente della Fondazione,
Salvatore Calleri, ha parlato apertamente di un’area “persa” al controllo del territorio, dove staziona stabilmente una platea di 200-300 persone tra spaccio, dipendenza da crack e bivacchi abusivi, con manovalanza centrafricana e gambiana alle dipendenze dei clan nigeriani
Gli arresti operati periodicamente dalla Polizia di Stato, anche alle Cascine stesse, confermano da anni questo quadro.
Ma il fenomeno non si esaurisce al parco dove peraltro in campagna elettorale si propose un trenino turistico per renderlo più sicuro e che io descrissi come nuova attrazione turistica per i turisti che amano il brivido dell’assalto alla diligenza. Nel centro storico, e in particolare in piazza Santo Spirito, cuore della movida dell’Oltrarno, cittadini ed esercenti denunciano da tempo la presenza stabile di gruppi di pusher maghrebini che offrono droga apertamente, alla luce del sole, a residenti e turisti.
Lo stesso schema si ripete in piazza Dalmazia, dove i residenti lamentano da mesi segnalazioni cadute nel vuoto nonostante raccolte firme ed esposti, e in altre piazze cittadine dove convivono piazze di spaccio nordafricane, centrafricane e sudamericane, spesso servite dalla stessa linea tranviaria che, come nota la Fondazione Caponnetto, ha finito per facilitare anziché ostacolare la mobilità criminale
Non si tratta più, dunque, soltanto di “percezione” o di piccola criminalità diffusa: sono organizzazioni con una gerarchia riconosciuta, radici territoriali stabili e capacità di riciclaggio dei proventi. Ignorarlo, o derubricarlo a problema di ordine pubblico minore, significa continuare a fare un torto ai cittadini che ogni giorno attraversano quelle piazze.
Il caso del sottopasso di Viale Talenti
La sicurezza non dipende soltanto dalle leggi nazionali
È anche il risultato delle scelte di chi governa i territori. Illuminazione, presidio del territorio, decoro urbano, contrasto alle occupazioni abusive, collaborazione con le forze dell’ordine e recupero delle aree degradate sono responsabilità precise delle amministrazioni locali. E quando queste politiche mancano o risultano inefficaci, il degrado finisce inevitabilmente per diventare insicurezza.
Emblematico è quanto denunciato da un recente post riguardante il sottopasso di Viale Talenti, occupato ormai stabilmente da persone senza dimora. Una situazione segnalata più volte dai cittadini e accompagnata perfino da una raccolta firme, senza che siano arrivati interventi risolutivi.
Molti residenti, per timore o disagio, evitano il sottopasso e attraversano direttamente Viale Talenti, esponendosi a rischi ben maggiori
Lo stesso messaggio chiarisce un punto fondamentale: non si tratta di prendersela con chi vive una condizione di fragilità, ma di garantire sicurezza, decoro e spazi pubblici fruibili da tutti, trovando parallelamente soluzioni dignitose per chi è in difficoltà.
Questo è il punto che troppo spesso sfugge alla sinistra: inclusione non significa abbandonare il territorio.
Solidarietà non significa rinunciare al rispetto delle regole
E garantire sicurezza ai cittadini non è un atto di repressione, ma il primo dovere di qualsiasi amministrazione.
Anche le parole di Stefano Esposito, esponente del Partito Democratico, fotografano una crisi culturale ormai evidente. Quando perfino una voce interna al centrosinistra denuncia il rischio di un partito che guarda con sospetto chi indossa una divisa e che tende a minimizzare il tema della sicurezza, significa che il problema non è più soltanto politico, ma culturale.
Bologna: quando la retorica diventa violenza contro chi indossa la divisa
Se Firenze racconta l’incapacità amministrativa di governare il territorio, Bologna racconta l’altra faccia dello stesso problema culturale: la delegittimazione sistematica delle forze dell’ordine da parte di chi dovrebbe, per ruolo istituzionale, tutelarle. La manifestazione convocata dal sindaco Matteo Lepore per la morte di Abderrahim Fakir si è trasformata in una guerriglia urbana: secondo i dati della Questura, oltre 60 agenti sono rimasti feriti, con prognosi fino a 35 giorni, sei mezzi delle forze dell’ordine danneggiati, auto incendiate, vetrine e bancomat distrutti nel cuore della città.
Non è un caso isolato, ed è proprio questo il punto: sono anni che, di fronte a ogni tensione di piazza, una parte della sinistra italiana sceglie sistematicamente di descrivere la polizia come una forza reazionaria e repressiva, incapace di gestire l’ordine pubblico, invece di riconoscerne il valore, l’impegno e il sacrificio quotidiano
I politici che alimentano questo clima con annunci, proclami e manifestazioni convocate senza reale valutazione dei rischi non sono estranei alle conseguenze: ne sono corresponsabili. Bene ha fatto quindi il Sap, il Sindacato Autonomo di Polizia, ad annunciare un esposto contro il sindaco di Bologna proprio per i danni subiti dagli agenti rimasti feriti nella manifestazione da lui stesso convocata.
Come disse, con tutt’altro contesto e in tempi assai diversi, un autore certo non sospettabile di simpatie per la destra come Pier Paolo Pasolini: “io alle manifestazioni sto dalla parte dei poliziotti” (naturalmente lo si cita qui in chiave provocatoria, non per attribuirgli posizioni che non erano le sue). Il senso, però, resta attuale: gli agenti sono lavoratori che svolgono un compito difficile e rischioso, allora come oggi, e non meritano né le violenze fini a se stesse come quelle di Bologna, né un clima politico che li trasforma sistematicamente in bersagli.
Ci attendiamo giustizia, con lo stesso rigore, sia per Abderrahim Fakir, sia per i 60 e più agenti rimasti feriti nella manifestazione di Bologna.
Un biglietto da visita che racconta paura e abbandono
Continuare a raccontare che l’insicurezza è soltanto una percezione significa ignorare ciò che i cittadini vivono ogni giorno. Le città amministrate dalla sinistra dovrebbero interrogarsi meno su come etichettare chi denuncia il degrado e molto di più su come restituire ai cittadini il diritto di vivere serenamente i propri quartieri.
Perché la sicurezza non è uno slogan elettorale. È il primo biglietto da visita di una città amministrata bene. E quando questo biglietto da visita racconta degrado, paura e abbandono, le responsabilità politiche non possono essere nascoste dietro la parola “inclusività”.
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