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Home L'Editoriale

Gibilterra, la piccola Maastricht che svela il fallimento della Brexit

di Simone Margheri
15 Luglio 2026
In L'Editoriale
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inghilterra
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Gibilterra, la piccola Maastricht che svela il fallimento della Brexit

La storia, spesso, si prende la sua rivincita. E lo fa con una certa ironia. Dopo aver trasformato la Brexit nel simbolo della riconquistata sovranità britannica, il Regno Unito si ritrova oggi a firmare con l’Unione europea un accordo che, almeno per Gibilterra, elimina proprio quelle frontiere che aveva contribuito a rialzare.

L’intesa tra Londra, Bruxelles e Madrid rappresenta molto più di una soluzione tecnica per un territorio di appena sette chilometri quadrati

È il riconoscimento implicito che l’isolazionismo ha un costo e che, quando la geografia incontra l’economia, gli slogan lasciano il posto alla realtà.

Chi ha visitato recentemente Gibilterra lo ha visto con i propri occhi. Attraversare la frontiera terrestre dopo la Brexit significava imbattersi in lunghe code di persone e veicoli, controlli passaporti, ritardi, difficoltà logistiche e maggiori costi per residenti e imprese. Un vero e proprio auto-assedio burocratico che ha complicato la vita quotidiana di migliaia di lavoratori frontalieri e di un’economia che vive di continui scambi con la Spagna.

L’accordo appena raggiunto cancella queste barriere. In pratica, per Gibilterra si costruisce una sorta di “Maastricht su misura”: libera circolazione delle persone, fluidità commerciale e cooperazione con l’Europa

Esattamente ciò da cui il Regno Unito aveva scelto di allontanarsi dieci anni fa.

Non è un caso.

I sondaggi degli ultimi mesi mostrano con una certa continuità che una maggioranza di britannici considera ormai la Brexit un errore. Le rilevazioni di YouGov e Ipsos indicano stabilmente che oltre la metà degli intervistati ritiene sbagliata la scelta del 2016, mentre solo una minoranza continua a difenderla. Sul piano economico, la crescita britannica è rimasta inferiore alle attese, gli investimenti hanno rallentato e le imprese esportatrici hanno dovuto affrontare nuovi costi amministrativi e doganali. Persino molti sostenitori della Brexit riconoscono oggi che i benefici promessi non si sono materializzati.

Eppure il principale artefice di quella stagione, Nigel Farage, è tornato protagonista della politica britannica

Per anni politicamente marginalizzato proprio perché identificato con una Brexit sempre meno popolare, Farage ha trovato un nuovo terreno di consenso facendo leva sul tema dell’immigrazione e della cosiddetta “remigrazione”. Ma qui emerge uno dei più grandi paradossi della vicenda britannica.

Prima della Brexit, gran parte dei flussi migratori verso il Regno Unito proveniva dai Paesi dell’Unione europea. Si trattava prevalentemente di lavoratori, studenti universitari e piccoli nuclei familiari che entravano rapidamente nel mercato del lavoro e contribuivano al sistema economico.

Dopo l’uscita dall’UE, la libera circolazione è stata sostituita da un sistema di visti che ha ridotto drasticamente gli arrivi europei

Parallelamente sono aumentati gli ingressi da Paesi extraeuropei, soprattutto India, Nigeria, Pakistan e altri Stati del Commonwealth, spesso attraverso programmi dedicati a lavoro, sanità e ricongiungimenti familiari. L’immigrazione netta ha raggiunto livelli record nel 2022 e nel 2023, ben superiori a quelli registrati durante l’appartenenza all’Unione europea.

In altre parole, il leader che prometteva di “riprendere il controllo delle frontiere” si trova oggi a denunciare un fenomeno che, almeno in parte, è stato favorito proprio dalle conseguenze della Brexit

Il caso di Gibilterra diventa così emblematico. La piccola colonia britannica dimostra quanto sia difficile, nel XXI secolo, separare economie profondamente integrate. Quando le frontiere vengono irrigidite, a pagarne il prezzo sono cittadini, imprese e territori. Quando vengono alleggerite, tutti ne traggono beneficio.

Per questo è difficile non leggere l’accordo come qualcosa di più di una semplice soluzione locale

Potrebbe rappresentare il primo passo di un graduale riavvicinamento tra Londra e Bruxelles. Nessuno, almeno ufficialmente, parla di un ritorno nell’Unione europea. Sarebbe politicamente esplosivo. Ma cooperare di più su commercio, sicurezza, mobilità e difesa appare oggi una necessità sempre meno contestata negli ambienti economici e sempre più condivisa dall’opinione pubblica.

La domanda è se questo percorso riuscirà a consolidarsi oppure verrà nuovamente interrotto da un ritorno al governo di Nigel Farage, il pifferaio magico che convinse milioni di britannici a lasciare l’Europa promettendo un futuro di prosperità e controllo

Dieci anni dopo, proprio Gibilterra racconta una storia diversa: quella di un Paese che, passo dopo passo, sembra accorgersi che alcuni ponti non andavano abbattuti, ma semplicemente attraversati.L’articolo è costruito come editoriale.

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Tags: BREXITEUROPAGibilterraGRAN BRETAGNAIN EVIDENZA
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