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Home Economia

PNRR, SUPERBONUS E PATRIMONIALI: IL CONTO CHE IL CAMPO LARGO NON VUOLE PRESENTARE

di Simone Margheri
5 Giugno 2026
In Economia
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resilienza
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PNRR, SUPERBONUS E PATRIMONIALI: IL CONTO CHE IL CAMPO LARGO NON VUOLE PRESENTARE

C’è una puntata del podcast “La Miniera” di Ivan Grieco che vale più di certi editoriali dei grandi giornali. Protagonista è l’economista Giorgio Arfaras — già direttore della Lettera Economica del Centro Einaudi, collaboratore di Limes e Linkiesta, voce tutt’altro che di parte nel panorama dell’analisi economica italiana — che smonta senza troppi giri di parole il mito del PNRR come grande occasione perduta o, peggio, come piano visionario che, secondo i campolarghisti, potrebbe essere stato mal gestito o addirittura sabotato da chi è arrivato dopo.

Un po’ come il comunismo per molti post-comunisti: non si può ritenere sbagliato in sé, ma semplicemente fallito perché nessuno avrebbe saputo realizzarlo correttamente. Poco importa che, ogni volta che qualcuno si è detto convinto di poterlo realizzare nel modo giusto, il risultato sia stato quello di creare più povertà e molte vittime

La tesi è lineare: centinaia di miliardi presi in prestito — sia pure a condizioni agevolate — che non hanno prodotto alcun balzo significativo nella crescita del PIL italiano. Un giudizio che i dati tendono a confermare. Le stime ufficiali sull’impatto del PNRR sono state progressivamente riviste al ribasso, complice il rallentamento dell’attuazione e le difficoltà della pubblica amministrazione nel trasformare le risorse disponibili in investimenti realmente produttivi.

Nei primi anni di applicazione, il contributo alla crescita è rimasto nell’ordine di pochi decimi di punto percentuale all’anno

Non esattamente la rivoluzione promessa. Una valutazione che coincide quasi alla lettera con quella del Financial Times, che pochi giorni dopo la puntata di Grieco ha titolato senza mezzi termini: “Come il piano dell’UE per dare una spinta decisiva all’economia italiana si è rivelato un fallimento.” Il quotidiano finanziario più autorevole al mondo certifica quello che Arfaras aveva già detto in un podcast: la crescita italiana nel 2025 si è fermata allo 0,5%, uno dei tassi più bassi d’Europa, mentre il debito pubblico ha continuato a salire.

A fare eco al giudizio è l’economista Tito Boeri, professore alla Bocconi, che definisce il piano “eccessivamente ottimistico e completamente irrealistico fin dall’inizio”, aggiungendo: “Non abbiamo migliorato il potenziale di crescita. E visto che abbiamo già un debito elevato, questo è un grosso problema.”

Il piano nasce sotto il governo Conte II, con Roberto Gualtieri al Ministero dell’Economia, e viene poi migliorato — è giusto riconoscerlo — dal governo Draghi. Ma la struttura di fondo rimane quella: uno strumento figlio di una cultura politica che ritiene la spesa pubblica un motore di sviluppo, indipendentemente dalla qualità della macchina che la eroga. Il problema, come sottolinea Arfaras, non è solo di esecuzione: è strutturale.

L’apparato statale italiano non è attrezzato per trasformare risorse europee in produttività reale

Non lo era ieri e non lo è oggi e con molta probabilità non lo sarà . Sostanzialmente il punto politico che si vuole evidenziare — la distanza dall’impostazione del cosiddetto campo largo — resta comunque valido l’equazione sembra essere sempre la stessa il campolargo è la cicala il cdx la formica.

Infatti,se il PNRR è la ferita più visibile, il Superbonus 110% è la cancrena. Qui i numeri sono impietosi. Nel triennio 2020-2023 l’ammontare complessivo dei bonus edilizi ha raggiunto cifre enormemente superiori alle stime iniziali. Solo una quota limitata delle somme impegnate è rientrata nelle casse dello Stato sotto forma di maggiori entrate fiscali e contributive.

Il resto rappresenta debito scaricato sulle generazioni future, ammantato di retorica green e antisismica

Una misura che doveva rilanciare l’edilizia e sostenere la riqualificazione energetica, ma che si è trasformata in uno strumento fuori controllo, con costi enormemente superiori alle previsioni e un impatto pesante sui conti pubblici.

Eppure oggi quegli stessi protagonisti — da Schlein a Conte, con Fratoianni a fare da spalla — stanno costruendo la narrazione del “governo incapace”, convinti che la memoria collettiva degli italiani abbia una durata da pesce rosso. Li aiuta in questo Renzi, che agita lo zerovirgola del rapporto deficit-PIL omettendo sistematicamente le cause strutturali di quel deterioramento: le guerre, certo, ma soprattutto i bonus folli e i debiti contratti in nome di un keynesismo da avanspettacolo.

Nessuno chiede il conto ai responsabili di quella stagione

Anzi, come prevede Arfaras, la narrazione che si sta costruendo è già pronta: l’idea era giusta, l’esecuzione sbagliata e, naturalmente, la colpa è del governo Meloni, la cui unica vera colpa, semmai, è quella di non aver indicato con sufficiente chiarezza l’entità del disastro ereditato.

La parte più inquietante viene però dopo. Non paghi dei danni prodotti, diversi esponenti del campo largo — tanto a livello locale quanto nazionale — stanno già evocando misure patrimoniali, presentate come strumenti di ridistribuzione a favore del ceto medio

Il problema è che tra il Robin Hood annunciato e il gabelliere che arriva a riscuotere c’è sempre una certa distanza.

Chi ha capitali mobili o redditi internazionalizzabili troverà il modo di sottrarsi, come la storia insegna. Quello che rimarrà in trappola sarà, ancora una volta, la classe media: chi ha ereditato la casa dei genitori, chi ha risparmiato per trent’anni per pagare un mutuo, chi non può trasferire facilmente il proprio patrimonio all’estero.

La domanda finale non è di destra né di sinistra

È semplicemente una domanda di buon senso: invece di studiare come prelevare ulteriori risorse dai contribuenti, qualcuno in quel fronte politico potrebbe finalmente occuparsi di come ridurre sprechi, inefficienze e debito?

È una domanda retorica. Ma vale la pena continuare a farla.

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