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Home RIFLESSIONE

Oltre il mito fondativo, rileggere il 2 Giugno senza pregiudizi

di Alessandro Scipioni
3 Giugno 2026
In RIFLESSIONE
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Oltre il mito fondativo, rileggere il 2 Giugno senza pregiudizi
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Oltre il mito fondativo, rileggere il 2 Giugno senza pregiudizi

La ricorrenza della festa della Repubblica offre ogni anno lo spunto per una riflessione che vada oltre la retorica ufficiale e che sappia guardare con onestà intellettuale ai nodi più complessi della nostra storia comune.

Affrontare questo tema in modo critico non significa nutrire anacronistiche simpatie monarchiche, ma riconoscere che l’Italia deve finalmente fare i conti con il proprio passato in modo pacificato e unitario

Non si può infatti negare che la Repubblica non nacque sotto i migliori auspici istituzionali, a causa di profonde lacerazioni e di evidenti limiti democratici che segnarono la consultazione del 2 giugno 1946.

Innanzitutto, a una fetta consistente della popolazione fu materialmente impedito di esprimere il proprio voto. Intere zone geografiche strategiche, come l’Alto Adige, la Venezia Giulia e Zara, rimasero escluse dalle urne per via delle occupazioni alleate e jugoslave, e a loro si aggiunsero moltissimi prigionieri di guerra ancora trattenuti nei campi di internamento all’estero

Questa parzialità logistica influì pesantemente sul risultato finale, specialmente se si considera che il sentimento monarchico era storicamente più radicato proprio in quelle aree meridionali e periferiche del Paese che subirono i maggiori disagi post-bellici.

A questo scenario si lega un paradosso storico raramente approfondito dai manuali scolastici, che preferiscono insistere sulla narrazione della Repubblica nata esclusivamente dall’antifascismo.

Pur essendo questa una verità parziale, non si può trascurare l’effetto dell’amnistia firmata da Palmiro Togliatti, che di fatto offrì una sponda politica fondamentale ai reduci della Repubblica Sociale Italiana.

Molti aderenti a Salò, animati da un profondo risentimento verso la dinastia sabauda per via della fuga di Brindisi dell’otto settembre, videro nel voto repubblicano l’occasione perfetta per punire quello che consideravano un Re traditore e fuggiasco, finendo per votare in massa contro la monarchia

In questo clima incandescente va valutata con estrema correttezza la figura di Umberto II. Il governo provvisorio dell’epoca compì un vero e proprio colpo di mano istituzionale, proclamando la transizione alla forma repubblicana nella notte tra il 12 e il 13 giugno, anticipando in modo forzato la stessa Corte di Cassazione che doveva ancora valutare i ricorsi e ufficializzare i dati definitivi. Nonostante questa forzatura e la fedeltà dei corpi militari che avevano giurato fedeltà alla Corona, l’ultimo sovrano scelse la via dell’esilio spontaneo per non incendiare una nazione già stremata, evitando così lo spettro di una sanguinosa guerra civile.

Lo slogan che vedeva nella Repubblica l’unica alternativa al caos non era infatti un’esagerazione propagandistica

Leader come Pietro Secchia guidavano ancora apparati paramilitari clandestini nati dalla Resistenza e custodi di immensi arsenali ideologici e materiali, pronti a scatenare un’insurrezione armata qualora avesse vinto la monarchia.

Ciò che lascia perplessi è anche il comportamento successivo dello Stato repubblicano che, pur avendo vinto con uno scarto minimo e di stretta misura, decise immediatamente di blindare la propria forma istituzionale tramite l’articolo 139 della Costituzione, dichiarandola non suscettibile di alcuna revisione futura.

Una scelta politicamente comprensibile per dare stabilità al nuovo corso, ma moralmente discutibile se si pensa che quasi la metà degli italiani si era espressa in senso contrario.

A questo si aggiunse un trattamento umano e istituzionale decisamente ingeneroso nei confronti dell’ex sovrano, lasciato morire in esilio senza che lo Stato dimostrasse la decenza di inviare una delegazione ufficiale ai suoi funerali nell’ottantatré, malgrado Umberto II non avesse mai manifestato astio verso la patria.

Il problema di fondo rimane la tendenza a demonizzare in blocco gli ottantacinque anni di storia monarchica, un atteggiamento che pesa gravemente sulla coscienza storica nazionale

L’Italia non è nata il 2 giugno 1946 ma ha visto la sua reale luce il 17 marzo 1861, grazie al sacrificio risorgimentale e alla determinazione di figure come Vittorio Emanuele II. Fu una storia monarchica che persino leader repubblicani e rivoluzionari come Giuseppe Garibaldi seppero accettare in nome dell’indipendenza e dell’unità nazionale.

Un Paese moderno e maturo dovrebbe essere capace di celebrare le proprie istituzioni attuali senza il bisogno di cancellare le radici del proprio passato, integrando ogni capitolo della propria storia per potersi riconoscere, finalmente, in un’unica e condivisa identità nazionale.

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Tags: 2 GIUGNOIN EVIDENZAMONARCHIAREPUBBLICAUmberto II
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