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UN TRISTE ANNIVERSARIO DELLA GUERRA EUROPEA PIÙ LUNGA DAL SECONDO CONFLITTO MONDIALE AD OGGI

di Simone Margheri
24 Febbraio 2026
In Cronaca
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in guerra
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UN TRISTE ANNIVERSARIO DELLA GUERRA EUROPEA PIÙ LUNGA DAL SECONDO CONFLITTO MONDIALE AD OGGI

Il 22 febbraio di quattro anni fa un autocrate per alcuni e per altri un dittatore ha lanciato una vile aggressione contro un Paese sovrano, colpevole di voler aderire a una comunità di Stati liberi fondata su regole democratiche. Il pretesto fu la “denazificazione”.

Da allora, generazioni di giovani sono state mandate a morire da entrambe le parti, mentre i progetti di conquista si sono ridotti al tentativo di consolidare territori già invasi

Nel frattempo, l’aggressore ha trascinato il proprio popolo in un declino economico che lo ha riportato indietro di decenni, imponendo privazioni e povertà a milioni di cittadini per inseguire un miraggio imperialista che Ronald Reagan definì “impero del male”.

Per me questo anniversario non è soltanto una ricorrenza geopolitica

È qualcosa di personale.

Da poco avevo perso mio padre, novantenne. Da lui ho imparato il valore concreto della libertà e della democrazia.

Non attraverso lezioni teoriche, ma grazie ai suoi racconti dell’adolescenza trascorsa lungo la Linea Gotica, in un Paese occupato, diviso, attraversato dalla paura

Non narrava quei fatti con tono drammatico. Anzi, spesso li alleggeriva con episodi quasi grotteschi, come per sottrarli all’orrore. Raccontava di donne e bambini nascosti in un’intercapedine dietro un armadio per sfuggire ai rastrellamenti.

Suo nonno Angelo, affetto da demenza senile e lasciato su una sedia in casa, avrebbe cacciato i soldati a colpi di bastone gridando nel suo dialetto che avevano fatto scappare “due donnacce e tre ragazzi” nascosti dietro l’armadio. Un gesto inconsapevole, ma carico di una dignità istintiva.

Oppure ricordava il giorno in cui fu salvato da una donna che, vedendolo, gli sussurrò soltanto: “Giovane, scappa”

Lui corse verso i monti senza voltarsi, fermandosi solo a notte fonda, quando non sapeva più dove si trovasse. Erano frammenti di vita in un Paese occupato, dove la libertà non era un concetto astratto ma una necessità vitale.

Attraverso quei racconti, ancora vivi nella sua memoria dopo decenni, mi ha trasmesso il dramma di un popolo che non si rassegnò all’occupazione nazista e che lottò per tornare libero

La libertà non fu concessa: fu riconquistata.

È anche per questo che oggi colpisce vedere come, dopo quattro anni di guerra in Ucraina, esistano leader politici italiani che giustificano l’aggressione russa e apparati mediatici che invocano la “pace” confondendola con la resa.

La pace non può significare accettare l’occupazione di un Paese sovrano

Non può tradursi in sottomissione culturale, ideologica o militare.

Colpisce ancor di più che una parte di chi dovrebbe custodire l’eredità morale della Resistenza, come l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, si sia schierata più volte su posizioni che finiscono per indulgere verso l’aggressore del popolo ucraino.

La memoria della guerra di liberazione italiana dovrebbe insegnare che l’occupazione non si giustifica, non si relativizza, non si compensa con formule diplomatiche ambigue

La lezione di chi visse quegli anni è semplice e severa: la pace non è resa. È libertà garantita.

È il diritto di un popolo a scegliere il proprio destino senza carri armati alle porte.

Ogni altra definizione è un inganno linguistico che la storia, prima o poi, presenta al conto.

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Tags: ARMIConflittiEUROPAGUERRA RUSSO-UCRAINAIN EVIDENZA
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