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Addio a Robert Duvall, l’icona di Hollywood: da cugino di Robert E. Lee al trionfo nel Padrino

di Alessandro Scipioni
17 Febbraio 2026
In Cultura
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Addio a Robert Duvall, l’icona di Hollywood: da cugino di Robert E. Lee al trionfo nel Padrino
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Addio a Robert Duvall, l’icona di Hollywood: da cugino di Robert E. Lee al trionfo nel Padrino

Robert Duvall, leggendario attore americano scomparso il 15 febbraio 2026 all’età di 95 anni, lascia un’eredità cinematografica imponente, che spazia dai campi di battaglia del Vietnam alle tenute del Sud profondo, passando per il suo ruolo indimenticabile come Tom Hagen nel Padrino di Francis Ford Coppola

Figlio di un ammiraglio della Marina e lontano parente del generale confederato Robert E. Lee – un legame familiare che Duvall evocava spesso per sottolineare le sue radici virginiane e il suo amore per la tradizione sudista –, l’attore ha incarnato con maestria personaggi complessi, diventando una delle “spalle di lusso” più richieste di Hollywood.

Nato il 5 gennaio 1931 a San Diego, in California, Duvall crebbe immerso in un mondo di disciplina militare e storia americana, elementi che permeano gran parte della sua filmografia.

Il suo debutto sul grande schermo risale al 1962 con To Kill a Mockingbird, ma è il decennio successivo a consacrarlo stella assoluta: nel 1972 interpreta Tom Hagen, il consigliere freddo e leale della famiglia Corleone in Il padrino, ruolo che gli vale la prima nomination all’Oscar come attore non protagonista

“Non sono un uomo d’onore”, dice Hagen in una scena cult, incarnando quel mix di pragmatismo italo-americano che Coppola trasse dalle pagine di Mario Puzo, e Duvall lo rende umano e terrificante al tempo stesso.

La grandezza di Duvall emerge appieno negli anni ’70 e ’80, con performance che spaziano dal colonnello Kilgore in Apocalypse Now (1979) – “I love the smell of napalm in the morning” è una delle frasi più iconiche del cinema bellico – a Tender Mercies (1983), per cui conquista l’Oscar al miglior attore protagonista nel ruolo del cantante country redento Mac Sledge, un film “che nessuno ricorda” come titola ironicamente il Corriere della Sera, ma che testimonia la sua versatilità drammatica.

Altre nomination arrivarono per Il padrino – Parte II (1974), Network (1976), The Apostle (1997) e A Civil Action (1998), a conferma di una carriera premiata con sette candidature all’Academy

Non solo mafia e guerra: Duvall ha esplorato il cuore dell’America rurale e spirituale, da Lonesome Dove (miniserie tv del 1989, Emmy Award) al western Open Range (2003), dove duella con Kevin Costner, o The Apostle (1997), dove è un predicatore pentecostale tormentato, ruolo che gli valse l’ennesima nomination.

La sua parentela con Robert E. Lee, generale confederato della Guerra Civile, non era mera curiosità anagrafica: Duvall la celebrava recitando spesso personaggi sudisti complessi, come in Gone in Sixty Seconds o nei film di John Sayles, incarnando un’America divisa tra onore e contraddizioni storiche.

Diretto da maestri come Coppola, Altman, Spielberg e i Coen Brothers (A Serious Man, 2009), Duvall ha lavorato in oltre 130 film, rifiutando stereotipi e scegliendo ruoli autentici, spesso da “cane rabbioso” come si definiva lui stesso

La sua vita privata, segnata da quattro matrimoni e un impegno civile per i veterani, rifletteva la stessa intensità: repubblicano convinto, sostenne Ronald Reagan e criticò l’Hollywood “liberal”.

Oggi, nel cordoglio di colleghi come Al Pacino e Robert De Niro – che lo ricordano come “fratello maggiore” sul set del Padrino –, Duvall esce di scena come uno dei ultimi “duri” di Hollywood, un attore che ha elevato il cinema americano con una carriera senza compromessi

Dal Sud di Lee alle sale oscure, il suo lascito è eterno: un interprete totale, capace di rubare la scena anche nei panni del consigliere silenzioso.

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Tags: CINEMAGenerale LeeHOLLYWOODIN EVIDENZARobert Duvall
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