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Home Economia

Inddo vai tu? Le son cipolle!

di Riccardo Innocenti
18 Gennaio 2026
In Economia
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Inddo vai tu? Le son cipolle!
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Inddo vai tu? Le son cipolle!
Così si pretenderebbe che funzionasse l’intelligenza artificiale.
Uno spettacolare studio condotto nientedimeno che dall’Istituto di scienza e tecnologie dell’informazione «A.

Faedo» del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Cnr-Isti), in collaborazione con l’Istituto di calcolo e reti ad alte prestazioni del Cnr di Palermo (Cnr-Icar) e la Scuola Normale Superiore di Pisa, come si apprende da un articolo del Corriere fiorentino del 16 gennaio (poi timidamente chiosato in un editoriale il giorno successivo), ha stabilito che l’intelligenza artificiale… funziona

Infatti, cotanti cervelli hanno verificato che se viene chiesto a uno dei motori di LLM (Large Language Model) che vanno per la maggiore come fare per visitare Firenze in un giorno con una bambina di un anno, le risposte che si ottengono ricalcano recensioni e consigli dei maggiori siti di viaggio nelle frequenze più ricorrenti. Insomma l’intelligenza artificiale passa in rassegna quello che si trova sul web e con il consueto sforzo di calcolo lo riassume, lo organizza e fornisce la risposta più adeguata, stanti i dati a disposizione.

Lo scandalo è servito, secondo i prodi ricercatori difensori dell’ambiente, del territorio, della dignità delle persone, degli spazi urbani e dell’equità spaziale (qualunque cosa significhi)

Scoprono così che il perfido “algoritmo” fa esattamente quello che gli è stato chiesto: fornire un consiglio per sfruttare al meglio il tempo a disposizione nella destinazione desiderata. Già l’uso distorto che si fa del significato del termine “algoritmo” fa capire come il pregiudizio dei ricercatori, accecati dalla necessità di contribuire alla salvezza del mondo, alteri la meccanica dello strumento: l’algoritmo diventa così quel demoniaco meccanismo che opera per peggiorare le condizioni di vita e di esistenza, perché la sua missione nel mondo è necessariamente al servizio del satana del profitto e della bella vita, visto che le app e l’intelligenza artificiale non fanno altro che appesantire i flussi turistici “già estremamente conosciuti”.

Si capisce: mica mandano la povera mamma, appesantita dal pargolo poco più che neonato, a visitare l’ultimo pertugio degli Uffizi diffusi sparso nell’alto Mugello. Macché, la mandano, udite, dal più innovativo produttore di caffè e gestore di locali di Firenze, poi in piazza del Duomo, in piazza della Signoria e al Ponte Vecchio, per poi pranzare in una delle più rinomate trattorie della città (invece che con il sopravvalutato panino diventato multinazionale partendo da borgunto). Senza curarsi quindi, lamentano i nostri savonarolini, “delle conseguenze da un punto di vista urbanistico, rischiando di creare una sofferenza a luoghi e attrazioni più periferiche, e quindi portando a un impoverimento del tessuto urbano della città”

La sofferenza delle attrazioni periferiche in effetti ci macava.
Saranno anche rinomati ricercatori, questi che si affacciano a pontificare su un fenomeno che affligge le nostre città d’arte, ma sembra che manchi loro proprio l’abc degli strumenti per interpretare i fenomeni sociali. Soffrono altresì di fallacia di composizione.

Non capiscono che, dal punto di vista della mamma, che magari a Firenze non è mai stata, una risposta diversa sarebbe inutile e addirittura dannosa. Invece, da un punto di vista strutturale, non hanno chiaro che è inutile moraleggiare sul turismo mordi e fuggi o sulla diffusione dei mangifici. Infatti, la riduzione dei costi di trasporto, l’elevazione del tenore di vita della popolazione, la diffusione sempre maggiore di titoli di studio superiori, uniti all’attrattività congenita di una città come Firenze, hanno fatto crescere la domanda di fruizione delle bellezze a disposizione

E non è che puoi dire a un turista tu agli Uffizi non ci devi andare perché c’è la coda. A meno di non mettere barriere all’entrata di forte capacità selettiva, che poi andrebbero inevitabilmente a gravare su chi ha meno possibilità di spendere. Da un punto di vista economico, il settore turistico nel suo insieme spiazza ogni altra forma di investimento, sia in attività produttive, sia nei servizi ad alto valore aggiunto, perché garantisce una remunerazione del capitale investito superiore a ogni altro impiego.

E lo fa con l’utilizzazione di fattori ad alta intensità di lavoro anche se con minima specializzazione e bassa remunerazione.
Insomma, occorrerebbe intervenire sulle cause strutturali di un fenomeno che, pur portando ricchezza nella città, comporta anche disagi, affollamento, rumore, inefficiente impiego delle risorse e, sia detto en passant, dimostra la inadeguatezza dei ceti dirigenti, a partire da quelli politici, a gestire una realtà del tutto diversa anche rispetto a solo pochi anni fa (parentesi Covid inclusa)

La soluzione non sta certo nell’immaginare un “algoritmo democratico”, che renda uguali contesti che sono differenti strutturalmente, o inveire contro l’AI cinica e bara. Occorre che un insieme di forze, di risorse, di capitali, di scelte politiche oculate renda conveniente ciò che oggi è marginale nel breve periodo. Occorre consentire che gli investimenti in attività produttive, in servizi ad alto valore aggiunto, in infrastrutture di mobilità, in ricerca scientifica, in formazione di alto livello, trovino una remunerazione, almeno nel medio periodo, paragonabile se non superiore all’apertura di un b&b o di un ristorantino con la bistecca in vetrina.

Occorre soprattutto essere coscienti che il passato venerato di “com’era verde la mia valle” non tornerà più, che il mondo si evolverà e si trasformerà secondo le traiettorie risultanti dall’incontro, e dallo scontro, di forze intrinseche all’agire e all’essere sociale

Non certo con una rispostina di complemento di un chatbot, o con il reddito di cittadinanza alla ribollita.
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