FASSINO, ISRAELE E UNA PROSPETTIVA POLITICA
L’intervista di Piero Fassino del 30 Luglio scorso su Il Riformista, merita di essere letta con attenzione, soprattutto da quella parte della sinistra italiana che, dopo il 7 ottobre, ha spesso rinunciato alla complessità per rifugiarsi in slogan, semplificazioni e condanne unilaterali contro Israele.
Lo dico con chiarezza: non condivido molte delle conclusioni di Fassino
Ritengo che, di fronte alla minaccia rappresentata da Hamas, da Hezbollah e dall’intero sistema di aggressione costruito contro Israele, le esigenze di sicurezza dello Stato ebraico non possano essere considerate un dettaglio secondario o una variabile subordinata alle reazioni dell’opinione pubblica internazionale. Non credo neppure che l’isolamento diplomatico di Israele dimostri automaticamente l’erroneità della sua strategia. In molti casi, quell’isolamento è anche il risultato di una campagna propagandistica che ha trasformato l’aggressore in vittima e Israele in imputato permanente.
Eppure va riconosciuto a Fassino un merito politico importante: la sua analisi possiede una logica, una coerenza e una serietà che oggi mancano a gran parte della sinistra
Fassino distingue tra Israele e il governo Netanyahu, tra il diritto all’esistenza e alla difesa dello Stato ebraico e le singole scelte compiute dall’esecutivo israeliano. È una distinzione politicamente legittima, anche quando non se ne condividono gli esiti. Criticare un governo non significa negare la legittimità dello Stato che quel governo rappresenta. Vale per Israele come per qualsiasi altra democrazia.
Soprattutto, Fassino rifiuta la demonizzazione di Israele e l’uso irresponsabile di parole come “genocidio”, impiegate troppo spesso non certo per descrivere correttamente i fatti, ma per costruire una condanna morale assoluta dello Stato ebraico.
È questo il punto che separa una sinistra responsabile dall’estremismo cosiddetto “pro Pal” su cui la sinistra ufficiale si è sempre più schiacciata, tanto a livello nazionale quanto a livello locale
Una sinistra seria dovrebbe essere capace di chiedere una prospettiva politica senza cancellare il 7 ottobre; dovrebbe denunciare gli errori eventualmente commessi dal governo israeliano senza trasformare Israele nell’unico colpevole del conflitto mediorientale. Solo allora – seppur a parere di chi scrive con una certa vena utopistica e marcata distanza dalla realtà – potrebbe sostenere la posizione “Due Popoli, Due Stati”.
Troppo spesso, invece, abbiamo assistito a manifestazioni nelle quali non si invocava la solidarietà alla popolazione civile palestinese, ma direttamente la cancellazione dello Stato di Israele
Non si condannva la violenza, ma si negava quella subita dagli ebrei, non si imponeva una discussione politica, ma si taceva sugli ostaggi, sui crimini di Hamas, si perpetrava l’ostilità verso gli ebrei e verso le comunità ebraiche offrendo una rappresentazione di Israele come entità illegittima. In questo modo, una causa umanitaria è stata palesemente piegata a una visione ideologica nella quale non esistono più responsabilità differenti, ma soltanto oppressori e oppressi, colonizzatori e colonizzati.
È una lettura semplicistica e pericolosa
Semplicistica, perché cancella la storia del Medioriente, dalla natura terroristica di Hamas, al ruolo dell’Iran e alle guerre subite da Israele. Pericolosa, perché finisce per alimentare un clima nel quale l’antisemitismo può essere mascherato da antisionismo e presentato come una forma morale di impegno progressista.
Fassino non cade in questa trappola.
Dice chiaramente che Hamas è un’organizzazione terroristica e una minaccia mortale per Israele e per il Medio Oriente
Non contesta in linea di principio l’offensiva contro Hamas, ma domanda quale strategia politica debba accompagnare l’azione militare e quale prospettiva debba essere costruita per il “dopo”.
Personalmente ritengo che l’errore di Fassino sia quello di conferire legittimazione e autorità politica a soggetti che non ne hanno
Non solo Hamas in quanto organizzazione terroristica ma nemmeno l’ANP di Abu Mazen, ormai compromesso e sempre ambiguo nelle scelte e incoerente tra parole e fatti. Quindi ogni ragionamento politico al momento manca di una parte legittimata.
Tuttavia, il punto di vista dell’ex Segretario del PDS mantiene un senso politico
Non assolve Hamas, non criminalizza Israele, non nega le esigenze di sicurezza e non scivola nell’antisemitismo che confonde e sovrappone sic et simpliciter il popolo israeliano con il governo in carica. Cerca di tenere insieme principi e realtà, sicurezza e politica, difesa militare e prospettiva diplomatica. E ha il pregio di sottolineare la totale assenza di contatti tra la sinistra italiana (ed europea) e quella parte del mondo israeliano che non si riconosce nelle scelte di Netanyuahu.
Per quale motivo mai è stato coltivato un vero e proprio contatto in chiave di costruzione di un’alternativa politica?
Forse alla sinistra europea non interessava questo, quanto piuttosto cavalcare le masse e il loro sdegno artatamente costruito da una propaganda incessante? La domanda è lecita ed evidenzia le contraddizioni della sinistra pro pal. Da questo punto di vista l’analisi di Fassino dovrebbe fungere da coscienza critica a una sinistra che pare ormai aver abbandonato ogni prospettiva riformista.
Ripeto, la tesi ha un senso, non condivisibile, ma è una posizione che merita dignità nel dibattito pubblico
Il vero paradosso è che oggi una posizione come quella di Fassino, che dovrebbe rappresentare il minimo sindacale in termini di discussione seria su un tema complesso, è vista come eretica, perchè qualcuno evidentemente preferisce preferisce inseguire l’estremismo “pro Pal” anziché assumersi la responsabilità di spiegare che la pace non nasce dalla demonizzazione di Israele e soprattutto non può nascere dalla sistematica inversione della realtà riproducendo uno schema manicheo dal sapore passatista.
Come ho detto, non condivido l’ analisi di Fassino
Ma gli riconosco il coraggio di formulare una posizione ragionata, politicamente comprensibile e lontana dalla propaganda. In una sinistra dominata dagli slogan e dalle tifoserie e dall’antisemitismo galoppante, è già molto.
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