Il filosofo di Vannacci e il pregiudizio che la destra non possa pensare

Il filosofo di Vannacci e il pregiudizio che la destra non possa pensare

Che cosa è diventato oggi l’intellettuale “d’area”? questa è una domanda che dovremmo porci tutti, alla luce dei cambiamenti che ci sono stati nella cultura non solo d’elite, in Italia. Ed è una domanda che viene posta, in modo artatamente provocatorio con riferimento a Lorenzo Gaseprini, professore di filosofia, e componente dell’esecutivo di Futuro Nazionale. Gasperini, ma più in generale, l’intellettuale di destra è una figura a lungo bistrattata dal mainstream, sulla base di una sistematica delegittimazione che faceva perno sulla presunta egemonia culturale di cui parlava Antonio Gramsci e che la sinistra ha inteso non come una legittima riflessione del filosofo novecentesco, ma come sintomo di una asserita superiorità intellettuale, morale e culturale.

La tesi da sempre proposta è che, nella destra, si possa bypassare completamente il tema della plausibilità delle idee per concentrarsi esclusivamente sul potere seduttivo di polarizzare il dibattito e costruire appartenenze

Quando un intellettuale si colloca a destra, la sua cultura viene spesso considerata non come pensiero, bensì come tecnica retorica al servizio di pulsioni irrazionali.

È un criterio curioso che mostra tutta l’arroganza della sinistra che si accentua quanto più le contraddizioni insite in questa ricostruzione emergono via via sempre più chiaramente.

La politica, da sempre, vive di simboli, parole d’ordine, passioni e capacità di mobilitazione

Vale per Vannacci, ma è valso e vale per qualunque forza politica. Le grandi narrazioni progressiste sulla liberazione, sui diritti, sull’Europa e sulla società aperta non si sono imposte attraverso analisi politiche ineccepibili e dimostrazioni scientifiche: nel tempo hanno saputo produrre immagini del futuro, identità collettive e perfino una propria morale.

Semmai nel campo della sinistra ha pesato molto più l’utopia teorica che la realizzazione pratica di tali idee che ha provocato scempi in ogni parte del mondo

Ma, nessuno ha mai ridotto automaticamente gli intellettuali progressisti a specialisti della seduzione. A loro si è sempre riconosciuto – sovente a torto – il diritto di interpretare il mondo; al contrario, chi si muove a destra non ha mai visto riconosciuto il proprio rango di intellettuale ed anzi è stato sempre stigmatizzato come un mero propagandista (oggi definito populista, che meglio si attaglia ai tempi moderni).

Il punto, nel caso di specie, non è dunque stabilire se le tesi di Gasperini siano condivisibili o meno Il punto è che devono essere discusse nel merito, e nessuno si prende la briga di farlo

Se un’idea sull’identità nazionale, sulla famiglia, sull’immigrazione o sulla sovranità europea è sbagliata, occorrerebbe mostrarne le contraddizioni. Invece, si intende liquidare questi temi solo come prodotto di una fascinazione ipnotica che mira alla costruzione di società asseritamente totalitarie, ma che squalificano l’idea solo per concentrarsi su una “fallacia ad personam”.

Questo metodo di natura questa sì totalitaria, conferma una tensione egemonica da pensiero unico sulla quale ormai la sinistra ha costruito e costruisce un’identità sempre più fittizia. Tensione inversamente proporzionale alla capacità di quest’ultima di leggere il mondo e offrire soluzioni

La comparsa di figure come Gasperini se da una parte mette in crisi la sinistra snobista, dall’altro è benvenuta perché certifica un fatto che la cultura dominante fatica ad ammettere: a destra esiste una domanda di elaborazione teorica e anche delle risposte a tale domanda. Per anni una parte del centrodestra si è limitata al pragmatismo amministrativo, alla comunicazione televisiva o alla leadership personale.

Ancora oggi in certi territori quel che conta è amministrare; ebbene interi settori dell’elettorato chiedono non solo una buona prassi, ma anche una visione organica: vogliono sapere che cosa sia una comunità politica, quali limiti debba avere il mercato, che rapporto debba esistere tra nazione e Unione europea, quali doveri accompagnino i diritti e quale spazio debba essere riconosciuto alla tradizione

Vogliono che la buona amministrazione sia inserita in una dimensione progettuale che ridefinisca i contorni della destra (o delle destre). Si può dissentire dalle risposte, ma non si può negare la legittimità delle domande.

Naturalmente anche nella richiesta funzione teorizzante esiste un rischio

L’intellettuale d’area potrebbe trasformarsi in un semplice produttore di giustificazioni, chiamato a rivestire di citazioni colte decisioni già assunte dal capo politico, unico dominus della linea politica. Ed è un elemento cui prestare la dovcuta attenzione. Quando la filosofia diventa una giustificazione alla visione singolare del “capo” l’intellettuale perde la sua funzione critica.

Ma questo pericolo non appartiene soltanto alla destra

Ogni campo politico ha conosciuto accademici pronti a convertire il proprio prestigio in legittimazione del potere. Il vero discrimine non passa dunque tra intellettuali progressisti e conservatori, bensì tra chi conserva autonomia di giudizio e chi si riduce a cortigiano.

Questo ultimo aspetto riguarda invero tutti i partiti leaderistici da cui forse si può escludere – per difetto contrario – il Partito Democratico

Ma la costruzione di una classe politica e di una classe “intellettuale” è questione che riguarda tutte le destre presenti in Italia, perché tutte le destre sono più o meno formazioni carismatiche. Ed è bene che si pongano il problema del pluralismo culturale interno. Ma ridurre Vannacci (come prima è avvenuto per Meloni e prima ancora per Salvini), a mera provocazione identitaria o securtria è un errore metodologico oltre che nel merito.

La provocazione funziona quando intercetta qualcosa che già esiste: senso di insicurezza, sfiducia verso le élite, insofferenza per una lingua pubblica percepita come prescrittiva, paura della perdita di controllo sui confini e sulle trasformazioni sociali

Dribblare questa domanda che interroga tanto la teoria quanto la pratica, confinandola, con un certo senso di snobistica superiorità, ad arretratezza morale può rassicurare chi lo scrive o lo proclama dall’alto dell’eremo dei quartieri chic, ma non riduce di un voto la forza di chi lo interpreta.

La politica si articola su un dibattito di ide che comprenda anche le ragioni sociali del consenso, non squalificando culturalmente gli elettori

Quindi se da un lato Gasperini non diventa automaticamente autorevole perché è stato definito “il filosofo di Vannacci”, del pari le sue tesi non diventano irrilevanti o sbagliate perché disturbano il canone progressista. Il fatto che non piace al mainstream progressista è che la destra sta finalmente emergendo come visione della società, ancorata a dei valori e a una vision di società.

Cosa che la sinistra ha perso, più o meno dalla caduta del muro di Berlino.

Leggi anche:

SEGUICI SU GOOGLE

Exit mobile version