30 anni dalla fine della Democrazia Cristiana: Caporetto o rinascita dei cattolici italiani? (Parte prima)

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30 anni dalla fine della Democrazia Cristiana: Caporetto o rinascita dei cattolici italiani? (Parte prima)

Trenta anni or sono la Balena Bianca, la Democrazia Cristiana, ammainava la propria storica bandiera. Sciolta su proposta dell’ultimo sui segretario nazionale, Mino Martinazzoli, confluiva nel Partito Popolare Italiano.

Ci sembra doveroso fermarci un attimo a riflettere per trarre un primo bilancio da questo anniversario, cercando di farlo su un doppio binario non alternativo: culturale e politico. Non ignorando dunque che la politica si nutre o meno di una radice che la precede. Ed intendiamo farlo con una posa problematica ed aperta. Per questo, al fine di ottenere una maggiore distensione ed ampiezza di studio, divideremo tale riflessione in più parti

Rilevanza culturale cercasi per non arretrare

Di recente, il Card. Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, si è espresso così sul problema della rilevanza o meno dei cattolici in politica:

«Non penso solo alla rappresentanza politica. La rilevanza dei cattolici in politica interviene comunque in un momento secondario. Quello primario è la rilevanza nella società. È lì che i cattolici devono essere presenti, visibili, testimoni di una visione e di uno stile di vita ispirato al Vangelo. Questa rilevanza precede l’altra, che ne dovrebbe costituire la conseguenza naturale. Altrimenti è come voler costruire un edificio senza fondamenta. Non può reggere e sarebbe una fatica vana».

Guido Bodrato, esponente DC, più volte Ministro, recentemente scomparso, si esprimeva sul tema in modo sicuramente più assertivo:

«È piuttosto evidente che negli ultimi vent’anni si è consumato un arretramento delle forze di ispirazione cristiana nella vita pubblica, a tutti i livelli».

L’albero si vede dai frutti

Così la questione si fa più complessa e richiama a quella sinergia, secondo noi smarrita in questi decenni dai cattolici italiani, tra radici e frutti dell’albero, che, fuori metafora, rappresenta o meno la continuità virtuosa tra valori di riferimento ed ispirazione da un lato, testimonianza ed azione politica concreta dall’altro.

Il Card. Parolin non ha dubbi al riguardo:«Significherebbe, in positivo, la loro visibilità in tutti gli ambiti della vita pubblica e privata. Così potrebbero essere quel “fermento” indicato dal Concilio. Non dobbiamo pensare di certo a riproporre gli schemi del passato, ma a una presenza diffusa che, a partire dall’ambiente sociale e culturale, faccia emergere le istanze loro proprie: istanze che non sono esclusive dei cristiani ma riguardano l’uomo in generale, di ogni luogo e tempo”.

Ci sembra importante commentare questi rilievi. Primo: la visibilità del cristiano non si pone il confine tra vita privata. Secondo:è necessaria una vera e propria filiera che, partendo dalla dimensione personale e comunitaria della vita, animi la cultura, fondi e sostenga le istanze della politica. Terzo: si delinea la convinzione che tali istanze politiche, cristianamente lievitate, siano a servizio di ogni bisogno autenticamente umano, non solo qui ed ora, ma delle creature universalmente intese.

Azione politica dei cattolici con o senza un partito ?

Si apre proprio a partire da qui un importante problema successivo. Posto che, senza questa filiera ricostruita a dovere, non è immaginabile un’azione politica significante ed incisiva dei cattolici italiani, emerge una domanda mirata di stretta natura politica: è necessario o no dar seguito (o riprendere) un’esperienza unitaria dei cattolici italiani in politica?

Tradotta in una plastica scorciatoia giornalistica, la domanda può trasformarsi nella seguente: è possibile ricostruire anche in politica l’unità dei cattolici e/o, in parole più esplicite, la Democrazia Cristiana ?

Bodrato fu molto esplicito nel darci sia la diagnosi che la terapia del problema: “La Dc è come un vetro infrangibile. Quando si rompe va in mille pezzi e non è più ricomponibile”.

Rifare un centro o la DC ?

Marco Follini, democristiano di lungo corso, già segretario UDC, con una breve esperienza parlamentare nel PD, manifesta una posizione più articolata e sofisticata, da leggere con attenzione. La esprime nel suo libro Democrazia Cristiana. Il racconto di un partito, Sellerio editore.

L’ex-Dc non ha dubbi sulla necessità per gli elettori e la politica italiana stessa di ricostruire un centro robusto. Ecco cosa scrive al riguardo:

“Credo che certi comportamenti, che appartenevano ad un modo diverso di intendere e interpretare la politica e le Istituzioni, in una congiuntura come quella attuale, contraddistinta da eccessi e frenesie, possano essere rimpianti e additati come virtuosi ed esemplari. Probabilmente esiste una domanda politica che procede in tale direzione, ma serve il tempo affinché certe dinamiche possano svilupparsi”.

In sintesi: lo stile ed il metodo politico della Democrazia Cristiana sono da rimpiangere, dove la moderazione acquisisce un valore addirittura esemplare, lontano da eccessi e frenesie, compreso l’acuta distinzione tra partito ed istituzioni. Ma per dare vigore e forza a tale “domanda politica” serve tempo.

Cattolici in politica: quando il curriculum personale non basta

Molto più tranchant e meno cauta rispetto alla visione geometrica, più laica e “tutta politica” di Follini, l’interpretazione del filosofo cattolico Dario Antiseri, che riflette così sulla stagione post democristiana:

“La parola d’ordine fu: dare testimonianza, ovunque si fosse accampati, delle proprie idealità. In quei giorni, questa era forse l’unica soluzione possibile; l’intenzione era sicuramente nobile; solo che, con il trascorrere degli anni, gli esiti di simile prospettiva si sono rivelati letteralmente disastrosi”.

Segue una spiegazione molto interessante dei danni collaterali causati da questo vuoto, soprattutto alla luce dell’incidenza pratica dei valori testimoniati, che non si possono derubricare a semplice diritto di tribuna, ma devono trasformarsi in leggi ed indirizzi di governo a tutti i livelli

“ La testimonianza morale – prosegue Antiseri – necessaria sempre e dovunque, in politica non è sufficiente. Da cattolico, avanzi in una commissione o in Parlamento, o all’interno di un partito, proposte in accordo con le tue idealità; sei però in minoranza e queste tue proposte vengono respinte; tu hai dato testimonianza dei tuoi valori, hai salvato la tua anima, ma la tua incidenza sulla tua politica è uguale a zero. In politica contano i numeri”.

Segue in conclusione un’autentica bordata, che sarebbe sbagliato definire una mera domanda provocatoria:

”È davvero irragionevole il sospetto che la difesa di tali valori da parte di soggetti politici sostanzialmente o addirittura esplicitamente estranei alla tradizione cattolica non sia strumentale in vista di fare poi man bassa su tutti gli altri valori negoziabili?”.

E torna alla mente la considerazione di Machiavelli secondo cui è meglio perdere con truppe fedeli che vincere con bande mercenarie.

Citazione che si sposa assai bene con i rilievi del sociologo De Rita, che a commento del binario morto su cui si incagliarono i grandi convegni del mondo cattolico italiano, Todi 1 e 2 (2011 e 2012) sentenziava con durezza già nel 2013:” I cattolici in politica risultano del tutto assenti, se esistono esistono da ascari”. Per aggiungere ancora: “L’appartenenza cattolica è diventata un elemento del curriculum individuale, non un riferimento ad un’anima politica collettiva di proposta politica”.

Nella prossima riflessione approfondiremo le implicazioni politiche di questi ragionamenti.

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