Meghan baciò il Principe e lo trasformò in rospo. Un rospo qualunque. È la favola inversa dei nostri giorni. Un Principe sposa un’americana e poi si dimette dalla Famiglia Reale, si dimette da Principe, da Duca, si trasforma in cittadino del mondo. Viviamo tra gente comune che si sente speciale grazie al narcisismo di massa, ciascuno si reputa un principe, una principessa. Invece nel Regno Unito, con la dichiarazione di indipendenza di Meghan Markle e di Henry dalla Corona, siamo al contrario; ma forse non è proprio il contrario. È uguale la pretesa di cambiare la sorte, di diventare padroni della propria vita e del proprio destino, di affrancarsi dal contesto, di far prevalere il proprio singolo Io sul ruolo, sull’origine; la vita reale, in ogni senso.

Viviamo l’era dei mutanti, dei materiali in transito, in perenne trasloco; ma si conoscevano storie di dannati che anelavano di trasferirsi in paradiso, non il contrario. Qualcuno dirà, ma è storia vecchia, capitò già a Eduardo VIII con la Simpson, lui abdicò addirittura alla Corona, negli anni Trenta; poi ci fu la storia di Diana, la ribelle, idolo del mondo e dei media (sciampiste di tutto il mondo unitevi!). Una storia con i suoi oscuri risvolti, che magari avrà pesato su Harry.

Stavolta è accaduto che un reale non ha reso principessa una cittadina americana, ma un’attrice americana ha americanizzato un principe della corona, Duca di Sussex, spazzolandogli le spalle dai secoli polverosi. Da Lord a Common. La favoletta piace alla gente, come tutte le storie con finale a sorpresa e inversione dei ruoli. Sembra una fiction, vista su Netflix. Fa notizia, come fa notizia che un padrone morde il suo cane, che un principe si fa maggiordomo (di sua moglie, in questo caso). Ma non è una bella storia, lasciatemelo dire. Non è una storia esemplare, a parte la patina di romanticheria pop, un tempo da fotoromanzo.

Fa capire invece che il titolo principesco, la Famiglia Reale, la Dinastia e la Vita di Corte, non è solo un privilegio ma un peso, è un onere prima che un onore. Noblesse oblige, bisogna saperla portare la corona, bisogna sapersi sacrificare, rinunciare alle proprie individuali pretese, caricarsi di una responsabilità, coltivare l’impersonalità, capire l’importanza del Rito, del Simbolo, della Tradizione.

Lasciate perciò che mentre tutti celebrano il principe che per amore sceglie la sua strada rispetto al Palazzo Reale – ma avrà regali paracadute e può godere di una ricca rendita di posizione, non fosse altro mettendo all’incasso il ruolo di principe dimissionario – io celebri invece lei. Non Meghan, che avete capito, meritevole solo del titolo di Bella Gnocca. Ma Lei, l’inossidabile, intramontabile Regina Elisabetta. All’altezza della sua regalità. Da sempre. Merita ammirazione, incarna la Tradizione, rappresenta l’affidabile sicurezza della Monarchia, il filo d’oro della continuità, nei secoli fedele alla Dinastia. Dal Commonwealth alla società globale, senza scomporsi la corona e nemmeno la permanente.

Permettetemi di aggiungere una ragione personale, ma che non è poi solo mia. La Regina Elisabetta è l’unico punto fermo della mia vita. Perse madri, mogli, fidanzate di gioventù, è lei l’unica donna della mia vita che dura da sempre ed è l’unica che era sul trono già prima che nascessi. E non sono un bambino. Quando nacqui, nei lontani anni ’50, lei era già saldamente Regina da qualche anno; quando cominciai a studiare inglese si componevano le prime frasi english intorno a lei, alla sua corona e all’inno regale God save the Queen. Ora ho passato da un pezzo l’età grave, tutto il mondo è cambiato e crollato, mi sono visto passare sette papi, nove presidenti, una trentina di premier e una dozzina di presidenti americani, ho visto cadere l’Urss, la Dc e perfino Andreotti, sono passato dalla lettera 22 all’i-pad, insomma è cambiato tutto. Tutto, tranne l’inquilina di Buckingam Palace. La Regina Elisabetta sta sempre lì, imbalsamata, che sfida i millenni. Mai stata bella, mai stata brutta, sempre stata regina, neutrale e regale, al di là del brutto e del bello, del buono e del cattivo, più salda del Big Ben. La vedi e la scambi per un francobollo, non per un essere vivente. Sarà monotona, ma è lei la Regina Assoluta del Posto Fisso, con 68 anni di servizio e non intende mollare neanche ora che viaggia verso i 95 anni. Raggiungerà quota 100 e non andrà in pensione. Non accenna a nessuna Brexit dal mondo dei vivi e comanda ancora in famiglia, e non solo.

E dire che da bambino lei mi pareva il trapassato e i Beatles il futuro: ora i Beatles, deceduti o rintronati, sono archeologia e vintage, lei è ancora in carica, for ever. E così l’antico Churchill, la Thatcher defunta o il giovane Tony Blair, ormai vecchio reperto. Loro passato remoto, lei presente perenne. Trasparente come un vetro lucidato, regalmente scialba, solo regina. Con quelle perle al collo, fisse come la dentiera, gli orecchini di Sua Maestà installati per incorniciare il suo volto tra due punti. Lo sguardo in posa da sterlina. Quei vestiti color pastello, immutabili; non segue alcuna moda, piuttosto indossa l’Eterno.

E lui, Filippo, marito di spalla, adorabile babbione, una vita da mediano, un passo dietro di lei, la cui unica trasgressione è la guida in stato di putrefazione, vista l’età più che avanzata. E loro figlio Carlo, orecchiante della corona, rimasto principino anche oltre l’età della pensione. Con Lady D avvenne una cosa simile a oggi: fece simpatia la sua umanità, la sua voglia di vivere, le sue trasgressioni, i suoi amori, il suo sguardo dolce da cerbiatto, il suo populismo mediatico con le sue performance progressiste. Ma la dignità di una storia, di una dinastia, di una tradizione furono salvaguardate dalla severa coerenza di una regina che regna sovrana ancora oggi. Dio salvò la Regina, non la turbolenta principessa.

L’unica Regina che la batte, non solo per via del Figlio, è la Madonna. Salve o Regina, e complimenti al Dio British, è stato di parola a salvare la Regina, insieme alla sterlina. Meghan farà sangue, ma il sangue blu della regina non invecchia e non è acqua. Di Meghan ne puoi trovare altre in giro, caro Harry, ma una Gran Madre di quel tipo, ce n’è una sola.

MV, La Verità

Giornalista, scrittore, filosofo. E' nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. Proviene da studi filosofici. Ha fondato e diretto riviste, ha scritto su vari quotidiani e settimanali. È stato commentatore della Rai. Si è occupato di filosofia politica scrivendo vari saggi tra i quali La rivoluzione conservatrice in Italia, Processo all’Occidente, Comunitari o liberal, Di Padre in figlio, Elogio della Tradizione, La cultura della destra e La sconfitta delle idee (editi da Laterza), I vinti, Rovesciare il 68, Dio, Patria e Famiglia, Dopo il declino (editi da Mondadori), Lettere agli italiani. È poi passato a temi esistenziali pubblicando saggi filosofici e letterari come Vita natural durante dedicato a Plotino e La sposa invisibile, e ancora con Mondadori Il segreto del viandante e Amor fati, Vivere non basta, Anima e corpo e Ritorno a sud. Dopo Lettera agli italiani (2015) ha pubblicato di recente Alla luce del Mito e Imperdonabili, tutti con Marsilio, e Tramonti (Giubilei Regnani).