Il giro di vite, quello serio, fu dato dopo l’assassinio a Catania dell’ispettore di polizia, Filippo Raciti, avvenuto il 2 febbraio 2007. Dal 2008, con l’arrivo al Viminale di Roberto Maroni, furono messe al vaglio una serie di regole e di leggi che, nell’intenzione di chi le aveva ideate, avrebbero dovuto scrivere la parola “fine” al fenomeno della violenza negli stadi. Una sorta di quanto era accaduto in Inghilterra circa un ventennio prima, quando Margaret Thatcher aveva dichiarato guerra al crescente fenomeno degli Hooligans.

Nel Regno Unito, il fenomeno della violenza degli stadi, a partire dai primi anni ’80, aveva raggiunto picchi di massima allerta nazionale. In principio fu lo Sporting Events Act, ossia il divieto di acquisto e consumo di bevande alcoliche negli stadi e nelle immediate vicinanze, poi arrivò il Public Order Act, con il quale si permetteva alla magistratura di vietare l’ingresso negli stadi ai tifosi reputati pericolosi (una sorta di Daspo). Dopo la tragedia di Hillsborough del 15 aprile 1989, dove morirono schiacciati e soffocati dalla folla ben 96 tifosi del Liverpool, impegnati ad assistere alla semifinale di FA Cup tra i Reds ed il Nottingham Forest, fu la volta del Football Offences Act, la legge che permetteva alla polizia di arrestare e far processare per direttissima i tifosi, anche in casi di violenza verbale, ad esempio per cori di stampo razzista. L’ultima, durissima, reprimenda del governo inglese nei confronti degli Hooligans è datata 2000, il Football Disorder Act, un provvedimento che consente alla polizia di ritirare il passaporto ai sospetti Hooligans, in partenza per assistere a gare internazionali.

In Italia, invece, sono stati introdotti i sistemi di prefiltraggio, i tornelli di accesso agli stadi, il biglietto nominale e, palliativo tra i palliativi, la tessera del tifoso. Oggi, a quasi dieci anni di distanza dall’entrata in vigore di queste normative, di fronte all’ennesima tragedia che ha visto la morte di un trentacinquenne, ieri notte a Milano, crediamo sia venuto il tempo di rimettere tutto in discussione. Il biglietto nominale, la tessera del tifoso, i divieti alle trasferte, hanno portato, fondamentalmente, a due dati di fatto: lo svuotamento degli stadi – con conseguente proliferazione commerciale di offerte televisive ed orari delle partite spalmati, praticamente, su tutta la settimana – e l’impossibilità per il tifoso “comune” di seguire la propria squadra in trasferta.

Proprio così. La tessera del tifoso, l’acquisto dei biglietti nominali, l’impossibilità di acquistare un titolo di ingresso per chi risiede fuori comune o fuori provincia, impediscono al padre di famiglia di farsi una scampagnata coi propri figli, in trasferta, per seguire la propria squadra di calcio, magari sotto le feste di Natale o di Pasqua, ma, evidentemente, non impediscono agli ultras del Varese, città a pochi chilometri da Milano e gemellata con l’Inter, di ritrovarsi lungo i viali che portano a San Siro, lontano da tornelli e prefiltraggi, per assaltare i tifosi napoletani che avevano deciso di raggiungere Milano con mezzi propri, in molti casi, proprio per evitare i controlli di polizia che vengono fatti, in pompa magna, soltanto a chi arriva attraverso i canali del tifo organizzato.

Senza voler fare facile demagogia e senza emanare sentenze in mancanza di elementi, siamo di fronte all’ennesimo morto per colpa di una partita di calcio. Un ragazzo di 35 anni che, in passato, era già stato raggiunto da un provvedimento di allontanamento dagli impianti sportivi per 5 anni e che, forse, se le leggi italiane fossero state più circoscritte a debellare il fenomeno della violenza negli stadi, piuttosto che a “sparare nel mucchio”, tanto per dire che “qualcosa è stato pur fatto”, ieri sera non sarebbe stato su quel maledetto viale.