Da ieri THE IRISHMAN, pellicola di cui abbiamo sentito parlare per ben tre anni e che personalmente ho visto due volte – in versione originale sottotitolata – al cinema nelle scorse settimane, è sbarcato su Netflix, la piattaforma che ha anche finanziato il faraonico progetto, venuto a costare circa 160 milioni di dollari soprattutto per l’utilizzo e l’applicazione – dopo le riprese terminate a marzo 2018 – della tecnica del de-aging, necessaria a ringiovanire digitalmente gli attori che devono interpretare i personaggi anche in età pregresse rispetto a quella naturale.

Le cose da dire sarebbero innumerevoli, possiamo iniziare con il testimoniare due aspetti:

1. Il livello straordinario di questo film, che magari non sale sul podio ma ‘rischia’ fortemente di essere nella top 10 assoluta;

2. La chiusura del cerchio fra il 1974 (prima volta di De Niro e Pacino nello stesso film, “Il Padrino – Parte II”) e il 2019 (questa che, forse, è l’ultima e certamente la più sentita, la più condivisa).

Regia di Scorsese da premio Oscar.
Le interpretazioni dei due miti, stupende.

Robert De Niro, che interpreta il killer Frank Sheeran – realmente esistito e conosciuto come “the irishman” cioè “l’irlandese”, traccia e disegna tutto l’arco del film, conferendogli un percorso solido ed essendo sempre presente nell’intreccio fra le vicende dei protagonisti e il contesto storico, in cui essi si inseriscono come parte attiva…con un finale talmente vellutato da sembrare anche quello di una carriera leggendaria, non semplicemente del singolo lungometraggio.

Alfredo James Pacino, artista straordinariamente poliedrico, nei panni del famoso e chiacchierato sindacalista Jimmy Hoffa è istrionico, trascinante, meraviglioso..richiama l’umanità di tanti suoi ruoli precedenti, da Michael Corleone al Tony Montana di “Scarface”, dal Frank Slade di “Profumo di Donna” al Lefty Ruggiero di “Donnie Brasco”…dal Sindaco di New York in “City Hall” al commerciante ebreo ne “Il mercante di Venezia”, dal poliziotto Vincent Hanna in “Heat” al reclutatore CIA ne “La regola del sospetto”.
Pur essendo il suo personaggio decisamente diverso da tutti questi.

Ma la recitazione che più di tutte rimane negli occhi è quella di Joe Pesci, nel ruolo del boss Russell Bufalino…un’interpretazione sotto le righe, quasi sotto traccia…leggera, morbida, matura fino ad essere quasi malinconica.
Senza nulla togliere alle altre due è forse quella che meriterebbe di più l’Oscar, quale miglior attore non protagonista.

Un’ulteriore sensazione sulla pellicola in lingua originale: le voci degli attori sono magnifiche, danno musicalità alle scene…su tutte quella calda e coinvolgente di Al Pacino. Adesso su Netflix potremo apprezzare il doppiaggio italiano (spiccano il solito grande Giancarlo Giannini, a dar voce a Pacino/Hoffa, e Leo Gullotta come timbro di Pesci/Bufalino), soprattutto nella capacità o meno di restituire il senso di profonda umanità che la versione originale ha trasmesso in pieno.

Si tratta, in fin dei conti, del cinema che va oltre il cinema, di un gangster-movie sul senso della vita, sul passato che ritorna, sullo sguardo che si dà al proprio percorso quando la fine si approssima…ma anche della fine di un genere per come lo abbiamo conosciuto, al tempo stesso la summa e il canto del cigno del solco tracciato soprattutto dallo stesso Scorsese con l’elettrico “Mean Streets” nel ’73, il rivoluzionario “Goodfellas-Quei Bravi Ragazzi” nel ’90, lo scintillante “Casinò” nel ’95.

200 minuti di grande cinema, un lungometraggio che non stanca e di cui Robert De Niro – anche produttore, insieme a Scorsese  – ha affermato: “Dovevamo assolutamente girarlo, un film del genere non lo faremo mai più”.

Lui, che recita in un ruolo che ricorda parzialmente il suo Noodles di “C’era Una Volta In America” (forse il più ambizioso film di tutti i tempi) del maestro Sergio Leone, ha voluto Pacino per interpretare Hoffa…Lui ha spinto più di tutti per avere il vecchio amico Joe Pesci, che non appariva sul grande schermo dal 2010…Lui ha proposto il progetto al suo mentore Martin Scorsese, dopo aver letto il libro “I Heard You Paint Houses”, trad. “Ho sentito che dipingi case”, basato sulle confessioni del vero Frank Sheeran.

Il regista e i tre grandi attori, tutti a cavallo degli 80 anni, realizzano l’impresa della vita e tracciano, con magistrali interpretazioni, anche una sorta di bilancio delle rispettive carriere, mantenendo intatta la voglia e la capacità di regalare emozioni allo spettatore.