Gli attentati del giorno di Pasqua (359 morti e oltre 500 feriti) hanno attirato l’attenzione del Mondo su un paese a lungo rimasto sotto silenzio, conosciuto da molti come meta turistica, da altri solo come “paese sulla mappa”. A pochi, invece, nella sua interezza: passato, presente ed equilibri sociali di una nazione nella quale, in poche ore, si è consumata un’ecatombe. Fra loro il Generale Mario Arpino* al quale abbiamo, appunto, domandato ma… perché proprio lo Sri Lanka? 

Scelta oculata, e per vari motivi. Il primo è che, essendo fuori dai grandi circuiti d’opinione, che focalizzano altrove l’attenzione globale, gli ‘islamisti uniti’ hanno potuto preparare la serie di attentati con calma, basandosi solo su pochi elementi attivi, che hanno potuto lavorare bene e senza disturbi. Secondo, perché Sri Lanka, dopo la lunga guerra Tamil è rimasto terreno adatto a sviluppare un grosso incendio – magari di carattere politico piuttosto che religioso – con una scintilla idonea a riaccendere vecchie rivalità (etniche, territoriali, ecc.). Terzo, ed osserviamo ora la città di Colombo, la società è divisa da una barriera abbastanza visibile: da una parte ci sono i musulmani, che pur essendo solo il 6 per cento, non mostrano alcuna volontà di integrarsi o di partecipare alla vita sociale. Dall’altra ci sono tutti gli altri, indiani, europei, meticci, buddisti, cristiani (6%, come i musulmani), etnie locali, ecc., che convivono in santa pace e senza problemi tra di loro. Ma è palpabile, e questa è esperienza vissuta, la forte antipatia tra una parte e l’altra della barriera. Tutto sommato, un bel cocktail, con forte potenziale esplosivo. Ecco, allora, il motivo della scelta:si tratta di una ben ragionata prova di innesco“.

 

Generale, attacco alla cristianità o all’Occidente?

Sri Lanka non è certo in Occidente, ma ci sono delle chiese e ci sono dei cristiani, liberissimi – come tutti in quel Paese – di esercitare il loro credo. Il fatto è che il cristianesimo caratterizza (o dobbiamo ormai dire “caratterizzava”?) la cultura occidentale. Quindi, gli islamisti odiano entrambi, e forse anche li confondono. La croce e i ‘crociati’ sono sempre nel loro mirino, e di conseguenza l’Occidente paga un caro prezzo. O viceversa? Anche questa è un’ipotesi. Chi ha vissuto anche solo un po’ in Medioriente, e anche in Nordafrica, sa che tra la popolazione musulmana, anche quando non islamizzata in modo estremo, ci sono larghe fasce di gente comune che considera l’Occidente empio e corrotto, ed hanno così in forte antipatia tutto ciò che del nostro mondo può esserne un simbolo. L’american way of life è rappresentativo, e vengono fatte poche distinzioni: Coca Cola, chiese, cittadini laici, crocifissi, IBM, Mc Donald e patatine fritte diventano così diretto oggetto di odio, da divulgare sui social in termini globali. E, come si vede, funziona“.

Negli attentati della Pasqua sono morti anche molti civili locali: vittime inevitabili o preciso obiettivo degli attentatori?

Viene fatto di ogni erba un fascio, tanto più quando – come poi è stato annunciato – un’azione del genere viene condotta come vendetta contro qualcos’altro, ovvero la sparatoria nella moschea in Nuova Zelanda. Dall’altra parte del mondo. Vittime inevitabili od obiettivo? Obiettivo, anche se in questo caso assai poco preciso. I locali uccisi sono solo in minima parte occidentali, ma che importa? L’importante è fare gran numero di morti, è questo che da magnitudine all’azione. Erano cristiani, o forse anche no. E solo il gesto che conta, un simbolo eloquente dell’applicazione secca della legge coranica, ‘occhio per occhio, dente per dente’. I lucidissimi fanatici, che pianificano queste azioni con criteri da analisi di mercato, sanno benissimo che i piccoli episodi isolati, quelli dei terroristi fai-da-te, generano ormai nell’opinione pubblica solo emozione scarsa e di breve durata. Un paio di giorni dopo i media già parlano d’altro. Eppure, uccisioni di cristiani, così, alla spicciolata, avvengono quotidianamente in ogni parte del mondo. Sanno che ci abbiamo fatto l’abitudine e che, se l’azione non è eclatante, rischia di passare sotto silenzio. Bruttino, no?

Il ritorno di al Qaeda segna una nuova crisi nell’universo del jihad, secondo lei? O più semplicemente “la base” non si è mai esaurita?

L’universo del jihad è sempre stato in crisi, e trova un momento di concordia solo quando si tratta di assassinare innocenti. Innocenti per noi, perché secondo il loro si tratta di occidentali corruttori se sono persone o gruppi che, magari con la pelle nera, vivono secondo il nostro standard, oppure ‘apostati’ meritevoli di morte quando si tratta di abitudini occidentali fatte proprie da altri musulmani. Certo, una prima frattura critica c’è stata nel 2014 con l’annuncio della ricostruzione dello Stato Islamico, con ambizioni territoriali ed amministrative, mentre al-Qaeda si accontentava di abbattere grattaceli, senza la pretesa di creare nuovi Stati. Con i crollo della struttura e della componente armata dell’Isis la questione si è parecchio complicata, a seconda delle regioni verso le quali si dirige la diaspora. In alcuni luoghi il pericolo si moltiplica (come in Kenia), dove ‘statalisti’ ex Isis e qaedisti continuano a combattersi, e, parallelamente, a compiere azioni delittuose indipendenti. In altri luoghi, dove le due correnti collaborano, il pericolo aumenta per il motivo opposto. La “base”, come dice lei, non solo non si è mai esaurita, ma tra militanti in sonno, neo convertiti dal web, fai-da-te e reduci, è in continuo aumento. Non ce ne rendiamo bene conto, ma stanno minando il mondo e noi, spero inconsapevolmente, li stiamo aiutando“.

 

 

 

*Aeronautica Militare. Già Capo di Stato Maggiore della Difesa, è giornalista e membro del Consiglio Direttivo dell’Istituto Affari Internazionali.