Settantaseiesimo anniversario dell’8 settembre e una domanda che continua ad aleggiare:  fu davvero l’inizio della “riscossa” e della Resistenza, come sovente si ricorda in ambito celebrativo?

Da un punto di vista strategico si trattò di una catastrofe: l’Italia perse di fatto la sua sovranità, schiacciata da due eserciti stranieri (tedesco e anglo-americano).

Quanto alla Resistenza la risposta è po’ più complessa. Nella segretezza della clandestinità gruppi legati ai partiti antifascisti erano nati sin dalla caduta di Mussolini ma, nel settembre 1943, non disponevano ancora della forza necessaria ad affrontare i tedeschi. Compito assolto invece dai militari…

Ieri come oggi, infatti, dovere del soldato è quello di difendere il suo Paese. Con la resa ufficiale delle forze italiane del 10 settembre militari scampati alla prigionia entrano in clandestinità, operando con azioni di attacco ai convogli, raccogliendo informazioni sui numeri e sui movimenti delle forze nemiche e cercando di riallacciare contatti con il Comando Supremo al Sud. 

Fra le prime bande militari in attività quella di un colonnello del Servizio Informazioni Militare (SIM), Vincenzo Toschi, operativa nella Sabina, mentre in Umbria meridionale combatteva il capitano Melis e nel Veneto il capitano di fregata Jerzy Sas Kulczycki. Nel frattempo, a Roma, il colonnello Giuseppe Lanza Cordero di Montezemolo plasmava il Fronte Militare Clandestino, network d’intelligence al quale si unirono militari di diverse armi.

L’azione dei patrioti con le stellette proseguì per diversi mesi, non sfuggendo però ai tedeschi che avevano già inflitto pesanti perdite all’Esercito Italiano nelle fasi iniziali dell’occupazione, sia in territorio patrio sia sugli altri fronti, Cefalonia docet. E la cattura di ingenti quantità di armi, di infrastrutture nonché la deportazione in Germania di oltre un milione di soldati italiani rese ancora più arduo a Montezemolo riorganizzare le forze. Ai problemi col nemico, poi, si aggiungeva l’eccessivo attendismo del Sud che attenderà solo il 13 ottobre per dichiarare ufficialmente aperte le ostilità con Berlino, lasciando così i soldati italiani privi di qualsivoglia tutela del diritto internazionale. Difficoltà che rendono arduo il lavoro di Montezemolo pur non impedendo alla sua rete di radicarsi e di estendersi. In pochi mesi, infatti, sorgono FMC dei Carabinieri, della Marina, dell’Aeronautica tutti in coordinamento con il colonnello. 

E’ un lavoro pericoloso, che espone a rischi elevati: la cattura per mano della Gestapo costava tortura e fucilazione. Destino che tocca allo stesso Montezemolo, preso prigioniero nel gennaio ’44 e fucilato alle Fosse Ardeatine nel marzo seguente. Le circostanze nelle quali fu individuato non sono mai state chiarite. Alcuni storici ritengono sia stato un tradimento, probabilmente esterno alla struttura del Fronte e legato a quell’ambiente anti fascista che non ne condivideva gli obiettivi. Una tesi, tuttavia, ancora da dimostrare. 

Ciò che invece è appurata fu la nascita di network di intelligence “concorrenti” (ad esempio la Organizzazione Resistenza Italiana) e verso i quali gli Alleati prestavano maggiore attenzione. 

Il fine degli anglo-americani era quella di isolare Badoglio, il Re e i militari così da evitare che rivendicassero riconoscimenti a guerra conclusa. L’Italia doveva ricordare di essere stata sconfitta e non pretendere alcun trattamento di favore. 

Quanto al FMC esso continua la sua opera sino al ’45, affiancato dalle formazioni che fanno capo al Comitato Liberazione Nazionale ed espressione dei partiti di governo (Badoglio 1,2; Governo Parri) il cui peso aumenterà per tutta la durata del conflitto.

Vero, erano molte le bande ad avere in organico soldati scampati a cattura e a rastrellamenti, ma non tutti combattevano riconoscendosi nelle tradizioni, nei regolamenti e nella disciplina dell’Esercito. Facevano eccezione le bande badogliane, alcune autonome e le Brigate “Osoppo-Friuli” costituite ad Udine nel tardo autunno ’43 da civili ed ex alpini della “Julia”. Fra gli osovani due nomi “illustri”: il capitano Francesco De Gregori (zio del cantautore), nome di battaglia “Bolla”, comandante del Gruppo Brigate Est della Divisione Partigiana “Osoppo”, Medaglia d’Oro al Valor Militare e Guido Pasolini “Ermes”, fratello di Pier Paolo. Cadono entrambi a Porzus, uccisi da aliquote della Divisione garibaldina “Natisone”, il 7 febbraio 1945. 

Nelle fasi finali della Seconda Guerra Mondiale volontari partigiani furono arruolati nei Gruppi di combattimento del Regio Esercito, con la probabile convinzione che il giuramento di fedeltà alla Monarchia sabauda avrebbe permesso a Vittorio Emanuele III di salvare la Corona. La Storia ha dimostrato il contrario, né l’arruolamento dei partigiani fu sempre un vantaggio. Indicativo il caso del “Cremona”: in appena un mese e mezzo di attività e nonostante brillanti risultati ottenuti in Veneto registrò numerosi casi di insubordinazione e di diserzione. Congiuntosi con la Brigata polacca che risaliva la dorsale adriatica, l’orientamento ideologico di alcuni “cremonini” causò frizioni con gli alleati che giunsero addirittura a disarmarli. Elementi del Gruppo, inoltre, presero parte all’eccidio di Codevigo (28 aprile 1945). Macchie sull’onore di un reparto che, suo malgrado, offrì un elevato tributo alla causa della Liberazione con 208 caduti, fra i quali Luigi Giorgi decorato con due Medaglie d’Oro al Valor Militare. 

Al termine del conflitto i militari che avevano servito nel FMC e nell’Esercito co-belligerante tornarono alle loro case, sapendo di aver fatto solo il loro dovere in ossequio al giuramento prestato al Re e senza dunque pretendere nulla. Diverso discorso per i combattenti “politici”: in un’Italia da ricostruire ciascuno cercò di rivendicare il suo ruolo nella Guerra civile. D’altronde le elezioni sono esse stesse un fronte caldo, lo erano ieri lo sono oggi. 

A ricordare Montezemolo e i suoi eroici soldati ci sono le decorazioni (Montezemolo è Medaglia d’Oro al Valor Militare) e le lapidi poste in alcune località della Penisola, ma non un accurato approfondimento sui libri scolastici. Una grave mancanza che impedisce agli italiani di conoscere e di tramandare, sin dai banchi di scuola, un capitolo di storia patria scritto dal senso dovere e dallo spirito di abnegazione.