Gli anni Trenta del secolo scorso, in Italia furono caratterizzati come ben sappiamo da un crescente (ma mai totale) controllo degli apparati di regime, tanto sulla produzione artistica quanto su quella pubblicitaria, al fine di veicolare il messaggio fascista. L’arte di allora andò declinandosi così secondo alcune precise indicazioni, riassumibili a grandi linee in questo modo: ritorno all’ordine; purismo e semplificazione, anche in chiave “meccanica”; elogio della modernità, seppur in misura meno utopica e rivoluzionaria rispetto ai due decenni precedenti, e delle glorie italiane del passato; assorbimento di alcuni movimenti europei, a partire dal razionalismo.

Profilo continuo (1933) di Renato Giuseppe Bertelli richiama in buona parte tutti questi aspetti, dimostrando quanto accennato in apertura, sugli stilemi che, almeno in via ufficiale, andarono imponendosi in ambito artistico. Nato presso Lastra a Signa nel 1898 (morirà a Firenze nel 1993), Renato Bertelli si avvicinò presto alla scultura, in principio interessandosi a ceramica e smalti, grazie all’attività paterna di «artigiano alla Manifattura delle Terrecotte artistiche di Lastra a Signa» (Gabriele Dadati 2008). Successivo fu l’ingresso all’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove studiò i corsi di Domenico Trentacoste e conobbe Marino Marini, col quale in seguito instaurerà una profonda e duratura amicizia. Piccola danzatrice fu il suo primo successo, siamo nel 1922, ma ciò che c’interessa di più è per l’appunto Profilo continuo. Questa scultura in bronzo, di piccole dimensioni, in realtà si discosta non poco da tutta la sua produzione artistica. E, in effetti, va ulteriormente precisato che di là da ciò che richiedeva l’apparato fascista per celebrare il duce e i propri miti, il margine di creatività era piuttosto ampio, purché non scaturisse in forme di avversione al regime. Sta di fatto che questa scultura, caratterizzata da scarna essenzialità e un dinamismo meccanico nel movimento del volto, di chiara matrice futurista, è in assoluto la più  riconoscibile di Renato Bertelli.

La commissione del ritratto giunse dopo il 1931, anno in cui l’architetto fiorentino Luigi Coppedè (suo il celebre Quartiere Coppedè a Roma), lo incaricò di eseguire alcuni bassorilievi in cemento a decorazione del palazzo dei Sindacati fascisti a Ponte a Signa. Due anni dopo ecco che Renato Bertelli compie il ritratto del duce, al cui apprezzamento e successo si deve la proliferazione di decine di copie, eseguite anche in materiali differenti dal bronzo come legno e ceramica, da porre in vari luoghi pubblici e istituzionali. A prova di questa diffusione basti qui ricordare la versione custodita nel londinese Imperial War Museum, sempre del 1933.

Profilo continuo ci mostra un volto di Benito Mussolini delineato tramite alcuni dettagli esemplificati, quali la mascella, il profilo “forte” del volto, e la fronte pelata. Caratteristiche fisiognomiche idealizzate dunque, trasfigurate e rese iconiche al fine di dare un’immagine ieratica del duce, capace di imprimersi nell’immaginario collettivo, senza distinzioni di classe ed età. Opere come questa, infatti, vanno lette accanto a quelle più monumentali, alla cartellonistica e al cinema contemporanei. Ogni forma d’arte era potenzialmente funzionale a tali scopi, alla necessità di eternare il duce, nelle sue intemperie più megalomani rifacentisi al mito di Roma e dell’Impero. In parallelo e contemporaneamente al tentativo di controllo culturale, i gerarchi fascisti riservavano in questo modo particolare attenzione al tema della comunicazione, secondo un pragmatismo tutt’altro che aleatorio ma, anzi, bisognoso di radicarsi in ogni aspetto della vita sociale e quotidiana degli italiani per la sopravvivenza stessa del regime. Desiderio che fortunatamente fallì, dovendo scontrarsi sempre con altri “poteri”, altre tradizioni forti e radicate nel nostro paese (la Monarchia e la Chiesa per intendersi) e che quindi non poté mai concretarsi così come avvenne in Germania e Unione Sovietica. La scultura di Bertelli, uno dei suoi massimi capolavori come sottolineato, può essere così oggi apprezzata sul piano puramente artistico e culturale. Essa rappresenta una preziosa testimonianza di un periodo storico drammatico per il nostro paese, eppure capace di produrre opere di alta qualità artistica e originalità compositiva.

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