Tommaso Cinque naufrago dell’ “Oria” (foto arch. Piroscafooria.it)

Si chiamava Tommaso ed era nato a Castel Giorgio, delizioso paese dell’orvietano con una storia più legata al cielo che al mare, dato che aveva dato i natali all’asso Giuseppe Cimicchi spericolato pilota di aerosiluranti. La Seconda Guerra Mondiale lo aveva visto distaccato nelle isole greche dove è catturato dai tedeschi inseguito all’Armistizio e che lo deportato, via mare, verso i campi di prigionia sul continente. Una sorte comune a quella dei militari delle guarnigioni di Lero, Corfù e Cefalonia arrestati fra il ’43 e il ’44.

Un prigioniero di guerra, dunque, che insieme a 4046 connazionali e sotto la scorta di 90 militari dello Heer incrocia il Mare Egeo nel febbraio 1944.

Il battello sul quale è imbarcato è l’Oria, varata in Norvegia e requisita dai tedeschi dopo l’occupazione del paese scandinavo. Per un periodo nella Marina di Vichy, la Kriegsmarine la invia nel Mediterraneo orientale mare ai tempi infestato di mine e reso altrettanto insicuro dagli aerei e dai sommergibili Alleati. In fondo, mancando di distintivi o altri segni di riconoscimento sul particolare “carico”, per i piloti anglo-americani altro non erano che trasporto truppe nemici da affondare.

Migliaia di italiani sono morti in attacchi aerei quando i piroscafi erano, addirittura, ancora in porto; l’Oria per sua fortuna scampa alle mine e ai caccia, ma in vista del continente, il 12 febbraio 1944, qualcosa va storto: il mare e la sua ancestrale forza sballottano lo scafo quasi fosse fatto di cartone invece che du acciaio sbattendolo sugli scogli di Capo Sunio, località a 70 km da Atene. Dei circa 4 mila imbarcati se ne salvarono poco meno di 40 per la maggior parte prigionieri, più 6 membri dell’equipaggio e il comandante.

Una tragedia immane che, tuttavia, altro non fece che allungare la triste lista dei prigionieri morti in mare: dalle migliaia di caduti delle navi Donizzetti e Rosselli in navigazione da Rodi e Corfù, alle vittime degli affondamenti dei battelli britannici Arandora Star, Shuntien e Laconia quest’ultimo drammaticamente noto per il decesso in massa di quasi tutti gli italiani a bordo ai quali le guardie polacche impedirono di salvarsi, lasciandoli in balia delle onde e degli squali.

Di Tommaso è conservata una foto su piroscafooria.it, sito dedicato al naufragio e ricco di materiale iconografico. Il giovane orvietano è un ufficiale e le mostrine sono quelle di un reparto del Regio Esercito, ma il bianco è nero rende difficile capire quale sia il colore distintivo dell’unità.

Un’immagine che si perde fra gli oltre 300 scatti raccolti dai curatori del portale, quasi tutti di ufficiali e soldati del Regio Esercito e delle altre armi e provenienti da tutta la Penisola, molti dalle Marche, dal Lazio e dalla Toscana.

Ma sono meno del 10% del totale dei naufraghi: una manciata di volti a fronte di di migliaia divorati dal mare o finiti morti sulle spiagge dell’Attica. Una storia dimenticata insieme a quelle di tanti altri italiani e umbri scomparsi sui campi di battaglia e nei campi di internamento di tutte le nazioni belligeranti.

Quanto alla nave nel 2018 il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella ha decorato il ricercatore greco Aristotelis Zervoudis per il merito dell’individuazione del relitto e per aver contribuito a far conoscere all’opinione pubblica la drammatica vicenda. Piccola, ma significativa vittoria della memoria contro l’oblio che ha attanagliato le generazioni successive alla Seconda Guerra Mondiale.