Il Corano saggiamente insegna che quando l’espansione cozza contro un muro bisogna

Il Generale Mario Arpino

prontamente usare la tattica della hudna (tregua)” risponde il Generale Mario Arpino di fronte ad una domanda che, da tre giorni, in molti si pongono: quale sarà la reazione dell’Iran in seguito alla morte di Qassem Suleimani?

Non acqua sul fuoco quella del Generale, semmai una lucida analisi sulla situazione dell’Iran (e dello scacchiere mediorientale), paese che annuncia ritorsioni ma la cui grave situazione interna ostacola il ricorso a potenziali, immediate contromisure…

 

Suleimani: eroe della lotta all’ISIS o icona dell’anti-americanismo iraniano?

 

Difficile definire Qassem Suleimani in poche battute, ma ci si può provare. Certamente era entrambe le cose, eroe della lotta all’Isis e icona dell’anti-americanismo iraniano. Ma, soprattutto, era lo stratega fautore (teorico e pratico) della mezzaluna sciita: ovvero, si era dato il compito di portare prima sotto l’influenza, poi sotto il dominio dell’Iran tutti i territori abitati da musulmani sciiti. Dal 1998, era capo delle forze al-Quds (Gerusalemme), corpo con compiti speciali dei Pasdaran, guardie della rivoluzione degli ayatollah. Il corpo era addestrato per compire all’estero operazioni palesi e coperte, era braccio armato dell’intelligence del regime ed aveva il compito di ampliare senza limiti di tempo o di mezzi la consistenza della mezzaluna sciita. Di modesta origine, inizia la sua carriera a 22 anni, con la rivoluzione di Khomeini del 1979, crescendo di rango e di carisma negli otto anni di guerra contro Saddam Hussein. Con al-Quds è stato presente quale leader più o meno occulto nel confinante Afghanistan occidentale (Herat), in Libano ed in Siria. Secondo gli Stati Uniti, che da anni studiavano ogni sua mossa, Suleimani con al-Quds potrebbe essere considerato come la Cia e i Navy Seals  legati assieme. Per questo la sua eliminazione è considerata davvero come una forte

mazzata sull’intero sistema strategico-militare iraniano. Non era personaggio amato da tutti gli iraniani e da gran parte degli iracheni, ma, sebbene un suo successore sia stato prontamente nominato, è opinione comune che carisma ed esperienza lo abbiano reso di fatto insostituibile.

 

In seguito alla morte di Suleimani, lei è stato fra i primi analisti a sostenere che la reazione iraniana sarà piccola e circoscritta. Perché?

Perché non possono fare altro senza tirarsi addosso nuovi guai, ancora più seri di quanto è già accaduto. Il “misfatto” di Trump può essere senz’altro utilizzato per tentare di ricompattare il fronte interno con metodi diversi dalle massicce esecuzioni di dissidenti silenziosamente in atto da qualche tempo a questa parte, che il presidente Rouhani vorrebbe fermare. Per esempio, toccando il tasto patriottico. L’Iran, stremato dalle sanzioni , economicamente in crisi, con il petrolio ormai invendibile se non a pochi amici squattrinati, non può permettersi una guerra contro l’America. Perfino gli ayatollah ed i ministri più gettonati, come ha già cominciato a notare anche la stampa, dopo il primo giorno hanno moderato i toni. Quello che possono fare all’interno è solo gettare olio sul mare agitato del malcontento. All’esterno, possono meditare qualche vendetta ‘fredda’, usando sopra tutto elementi di al-Quds e i generosi proxi libanesi, leggi Hetzbollah, e siriani. L’Islam non ha mai avuto fretta. Lo stesso Corano saggiamente insegna che quando l’espansione cozza contro un muro bisogna prontamente usare la tattica della hudna (tregua) ed aspettare tempi migliori riprendere l’azione. Raggiungere il quantitativo di uranio arricchito necessario per la ‘bomba’, ad esempio, può far parte integrante di questa tattica. Ma qualcuno, che da anni li sta osservando piuttosto da vicino, non lascerà loro il tempo che serve. Sa già cosa fare e come farlo, e senza far scoppiare altre guerre.

 

Malgrado dichiari ora di voler uscire dall’accordo del 2015, l’Iran aveva ripreso ad arricchire l’uranio già dallo scorso novembre. L’attacco USA parrebbe dunque solo un pretesto…

baghdad
Qassem Suleimani

E’ solo un parere personale, ma non ritengo sia così. Tuttavia, l’osservazione è plausibile. A mio avviso, l’eliminazione di Suleimani era un jolly che Donald Trump si teneva in tasca da tempo. Ora, con l’impeachment in progresso e l’affacciarsi del rinnovo del quadriennio, si è presentata l’occasione opportuna per ottenere con solo quattro razzi tre cose utili: una per se stesso, una per l’America e la terza per il mondo libero. Ora sopportiamo una piccola di tempesta di sabbia, proteggiamoci gli occhi e, vedendolo, finiremo anche noi per apprezzare il risultato. Insensato continuare a scagliare pietre contro, Trump. Forse non è il presidente più simpatico del mondo, ma – se l’Occidente europeo continua ad autocastrarsi – finiremo anche noi per chiamarlo in soccorso. Ottant’anni fa, o quasi, era già successo con Roosvelt.

 

Da un lato riprendere la produzione, dall’altro il problema delle sanzioni e della crisi economica interna: quanto male può fare davvero Teheran?

A Teheran non conviene esagerare nemmeno con le punture di spillo. Potrebbe fare davvero molto male, ma in primo luogo a se stessa. Rileggiamo quanto appena detto più sopra. Qualche lacrima, purtroppo, forse la dovremo versare anche noi. E’ un’evenienza che, in attesa di un epilogo positivo per tutti, è difficile da escludere.

 

Rispetto alla politica di Obama in Libia e in Siria, il cambiamento degli equilibri nell’area dopo il raid avrà effetti maggiori?

La politica di Obama, e fortunatamente il prosieguo con quella della Clinton si è interrotto, ha danneggiato sia l’America, sia l’Occidente europeo. La situazione attuale è figlia di quelle politiche. Difficile per chiunque fare peggio. Il cambiamento vero ci sarebbe solo se la coalizione decidesse di andarsene dall’Iraq, lasciando campo libero alle velleità iraniane (che finiranno per esaurirsi nello sforzo) e a chiunque altro sia sufficientemente grande, importante e solido per potersi permettere di riempire il vuoto. Se alla Cina piace tanto l’Africa, immaginiamoci cosa farebbe per controllare un paese potenzialmente ricco come l’Iraq!

 

Altra sua ferma opinione è che i militari italiani in Iraq siano meno esposti a rischi dei contingenti in Afghanistan e in Libano. Perché?

 

Si, e con il rischio di essere smentito domani mattina, confermo. In Iraq, in fondo, stiamo lavorando per addestrare un esercito ed una polizia di confessione sciita. Tali sono ormai le forze irachene dopo che il premier sciita al-Maliki, precario vincitore delle prime elezioni per preferenza di Obama rispetto al suo rivale laico al-Allawi, aveva rifiutato di riabilitare (come aveva invece promesso al generale Petraeus) un gruppo di militari sunniti con sostanziosa esperienza nell’esercito di Saddam. Significativo è il fatto che costoro, scontenti, erano andati a costituire l’ossatura militare di quell’Isis che nel 2014 in pochi giorni aveva messo in fuga l’esercito nazionale iracheno e conquistato Mosul. Esercito e polizia che, dopo questa disfatta, noi abbiamo contribuito a riaddestrare contro lo stesso Isis, costretto poi a capitolare. Con l’aiuto determinante dei Peshmerga curdi, tuttora

(Immagine di repertorio)

addestrati da noi, e dalle forze iraniane del generale Suleimani. Iraniani che, pochi lo dicono o lo sanno, sono per lo più mal sopportati dagli stessi militari iracheni. Sciiti, si, ma anche dotati di solido patriottismo. Perché dovrebbero attaccare i loro istruttori italiani? Ce lo possiamo aspettare, forse, da elementi di a-Quds o infiltrati, ma difficilmente dagli addestrandi. Al momento, una graduatoria dei rischi vedrebbe in testa il Libano (vendetta tramite proxi di Hatzbollah), l’Afghanistan occidentale (prossimità al confine iraniano), l’Iraq (ne abbiamo già parlato) e ultima (ancora per poco se non cambiano le cose) tutta la Tripolitania.

 

 

 

 

 

 

*Già Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare e Capo di Stato Maggiore della Difesa. Giornalista, membro del Comitato dei Garanti dell’Istituto Affari Internazionali

 

 

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Giornalista e fotoreporter. La sua prima, più importante “scuola” è stata GQ per la quale si è occupato di moda maschile, eventi, luxury, eros e talvolta di enogastronomia, spaziando fra cucine stellate e razioni da campo. Due lauree, una in Storia e un’altra in Storia e Politica Internazionale. La passione per lo studio del passato e per l’analisi della politica estera lo accompagna sin dai tempi dell’università. Oggi collabora con importanti riviste di settore italiane e straniere (BBC History, Conoscere la Storia, AeroJournal, Affari Internazionali) e realizza reportage in Italia e all’estero per IlGiornale, LiberoQuotidiano, RID. Ha pubblicato due libri di storia aeronautica ed è in attesa dell’uscita di due nuovi dedicati ai Balcani. Crede nel valore dell’esperienza e non ha mai rinnegato il passato. Ogni argomento trattato, per quanto diverso, ha infatti dato qualcosa in più al suo lavoro. Cura uno spazio su igersitalia.it e gestisce il profilo ufficiale Instagram @Igers_terni_ E’ responsabile della rubrica “difesa” di AdHocNews.it