“La musica che amo mi ricorda un piatto pugliese, riso patate e cozze. Credo nella commistione di generi che non dovrebbero sposarsi, e invece stanno bene insieme: ska, rock, pop, jazz, rap”. (Caparezza)

Navigando sul Web alla ricerca di siti dedicati alla World Music sono approdato nel portale www.worldmusic.net. Il sito, accuratissimo e aggiornato, oltre alle musiche tradizionali di tutti i paesi del mondo, presenta un lungo elenco di mescolanze di generi musicali: Brasilian Jazz , Latin Psychedelia, Salsa Dance, Bollywood Disco, Voodo Music, ecc…

Già da questa breve rassegna di titoli s’intuisce l’operazione di base del miscuglio: si prende un vecchio genere, ritenuto obsoleto, e lo si “contamina” con uno stile o genere diverso al fine di creare qualcosa di nuovo magari aprendo nuovi mercati di consumo. Semplice o semplicistico?

Una volta il chitarrista, compositore e direttore d’orchestra cubano Leo Brower mi disse che non è sufficiente mettere una batteria rock sulla Nona Sinfonia di Beethoven per creare un nuovo stile musicale: bisogna essere capaci di farlo, ci vuole gusto, senso della misura, creatività e competenze. I musicisti, con la loro musica, hanno da sempre cercato il confronto, l’ispirazione, la collaborazione, l’esplorazione e la comunicazione con altri popoli, culture e linguaggi diversi. Mozart viaggiando per tutta l’Europa “fagocitò” i principali stili musicali della sua epoca fondendoli e ripensandoli attraverso il suo genio; Beethoven “armonizzò” 170 canti popolari provenienti da tutte le parti d’Europa; Miles Davis propose e arrangiò in stile jazz il concerto per chitarra e orchestra di J. Rodrigo. Perfino nell’Ottocento, il secolo delle “Scuole Nazionali”, continuarono, seppur in forma diversa, gli scambi e le contaminazioni.

Più recentemente, dagli anni Sessanta, in poi, nella musica pop – e non solo – assistiamo a questa fusion che porterà alla creazione di nuovi generi come il Pop-Rock, Pop-Jazz, Jazz-Rock, Blues-Rock, Rock Sinfonico, New Wave, New Age e via dicendo, con gruppi importanti come Beatles (interessati alla cultura e alla musica indiana così come il compositore d’avanguardia Karlheinz Stockhausen), Yes, Genesis, Emerson, Lake and Palmer, Brian Eno, Weather Report, Yellowjacket, Step ahead e tanti altri ancora. Il termine inglese fusion spiega molto bene, al di là delle facili etichette imposte dal mercato discografico, il processo di fusione di due o più elementi al fine di creare un prodotto nuovo: tradotto musicalmente significa dialogo, confronto, scambio di punti di vista nel modo di suonare, comporre, improvvisare.

Nel suo libro “World Music: Una breve introduzione”, P. Bohlman – etnomusicologo e docente di Musica e Studi ebraici presso l’Università di Chicago afferma che con questo termine, qualsiasi tipo di musica, popular music, musica sacra, etnica, classica, e via dicendo, può essere etichettato come “world music” che viaggia attraverso il mondo. In effetti la World Music è un mondo pieno di contraddizioni e di difficile definizione fin dalle sue origini. Il termine nasce, paradossalmente, negli anni ‘60 per definire lo studio dell’Etnomusicologia sulla musica dei popoli ma solo nel 1982, al Festival Womad, organizzato da Peter Gabriel e altri musicisti, si celebrò ufficialmente la sua nascita decretando così il passaggio – inosservato ai più – da musica dei popoli a World Music.

Sul palco ci sono i Simple Minds con i percussionisti del Burundi, Don Cherry con Imrat Khan e il suo sitar, Gabriel con il gruppo folk irlandese dei Chieftains: si capisce da subito che lo scopo è quello di far incontrare il pop e il rock con la musica etnica dei vari paesi. Ascoltando brani come The Ryhthm Of The Heat (brano cantato da Peter Gabriel, in cui si narra dell’esperienza di Carl Jung durante un rituale di percussionisti africani), si può constatare che in alcuni casi l’operazione riesce bene e che a volte il prodotto artistico può coincidere con il prodotto commerciale. Ma è in Italia che abbiamo uno degli esempi più intelligenti di fusion ad alta levatura etnica: l’album – tutto in lingua genovese – Crêuza de mä di Fabrizio De Andrè, con le arabeggianti musiche di Mauro Pagani eseguiti con strumenti dell’area mediterranea. Considerato dalla critica come uno dei dischi più importanti di tutta la musica etnica è ancora oggi in vetta alla classifica dei dischi italiani di tutti i tempi, malgrado andasse contro tutto le regole del mercato discografico anni ‘80.

Ci si potrebbe domandare se nella World Music di oggi esista veramente uno scambio multiculturale o si tratta solo di commercio musicale? Il commercio musicale, come del resto quello artistico in generale, rappresenta una conseguenza del rapporto da sempre esistito tra la musica e il potere a cui non sono sfuggiti neanche i grandi compositori del passato (la maggior parte dei quali componeva sempre per qualche potente o comunque per conto terzi), con la differenza che raramente o quasi mai un musicista veniva accusato di essere commerciale. Quindi la denigrazione di una musica a prodotto commerciale è una caratteristica del nostro tempo, probabilmente risalente a una concezione romanticheggiante che ritrae il musicista come un essere spirituale, avulso da qualsiasi contesto sociale, malato, povero, sfortunato, maledetto e un po’ diabolico, depresso e possibilmente infelice. Le biografie dei grandi ci raccontano invece un’altra storia: in primis che la composizione occupava solo una piccola parte del loro tempo, mentre il resto era dedicato alle pubbliche relazioni con gli editori, gli impresari e con tutte quelle figure che avevano a che fare con il ciclo della produzione musicale. Secondariamente il prodotto musicale è regolato dalle stesse leggi del mercato come qualsiasi altro prodotto e non trovo scandaloso che una musica – soprattutto se valida – sia promossa, ascoltata e venduta con l’eventuale arricchimento del suo autore.

Che cos’è, dunque, oggi questa World Music? Più che un genere, è una costellazione di fusion di stili e generi vari che abbraccia tutto lo scibile musicale all’interno di una quadro che non è la realtà ma solo una sua rappresentazione. Comunque, caro Caparezza, sono proprio curioso di assaggiare il tuo piatto pugliese di riso patate e cozze, magari ascoltando La mia parte intollerante.