Il 4 maggio 1944 il sindacalista delle Acciaierie di Terni Maceo Carloni era prelevato dalla sua abitazione e ucciso a Casteldilago, nei pressi di Terni. 

Un’esecuzione non rapida: il corpo, martoriato, verrà infatti ritrovato dalla famiglia in una radura non distante dalla casa. 

Autori del gesto gli uomini della Brigata “Antonio Gramsci”, formazione garibaldina operante in Valnerina e Alto Lazio fra il marzo e il giugno 1944. 

Alla vicenda di Maceo sono dedicate alcune ricerche fra le quali Fascismo d’acciaio. Maceo Carloni e il sindalismo a Terni (1920-1944)* e il più recente MACEO CARLONI Storia e Politica di Stefano Fabei, Danilo Pirro, Vincenzo Pirro e Fabrizio Carloni. Quest’ultimo, giornalista e storico militare, ricorda così il nonno vittima dei partigiani.

(Maceo) fu una figura carismatica, moderna ed intelligente che basò la sua vita di sindacalista e di partecipe attivissimo della vita sociale umbra, sul rispetto dei principi mazziniani che gli aveva trasmesso Enrico, suo padre. Le basi ideologiche dei suoi comportamenti furono il rispetto e la valorizzazione dei principi della Religione Cristiana, vissuta senza misticismi e con pragmatismo proletario ed operaio, della Patria e della Famiglia; valori che santificò con le opere in ogni istante della sua vita intensa“.

Quale era il suo pensiero?

Fu un fine intellettuale e mantenne relazioni di stima e sentita amicizia con l’intellighenzia migliore e progressista che seppe esprimere il Regime; senza mai dimenticare di combattere in maniera aspra l’ottusità burocratica, ideologica ed operativa che il Fascismo seppe manifestare e che, molte volte, fu intrisa di arroganza ed idiozia“.

Ci parli della sua opera sindacale…

“Maceo fu, oltre che operaio ed integerrimo e caritatevole amministratore di Enti Previdenziali ed Assistenziali, sindacalista capace di guardare talmente avanti, rispetto ai suoi tempi, che ancora oggi i suoi scritti potrebbero apparire destinati ad un pubblico di innovatori. Negli articoli rimasti nell’Archivio di famiglia, versato alla Fondazione Ugo Spirito od in parte donato alla famiglia Pirro, Maceo Carloni, con un linguaggio da tempi attuali, illuminati e moderni, propugnava in pieni anni Trenta e Quaranta, i diritti delle donne, dei ragazzi e degli emarginati e bisognosi con una passione ed una visione della giustizia da lasciare affascinati e basiti”.

Certamente un innovatore, ma cosa ne pensava o quali eventuali rapporti teneva con gli ambienti socialisti e comunisti?

Nocchiere della Regia Marina a bordo della corazzata Andrea Doria (impiegata nel 1919 in operazioni di grande Polizia internazionale) aveva verificato di persona cosa fosse il Comunismo già ai suoi esordi, visitando la città di Sebastopoli sul Mar Nero allora infiammata dalla Guerra civile russa. In Italia, combatté battaglie civili che gli causarono l’ostilità del Fascismo ufficiale perché i confinati ed i prigionieri politici fossero reinseriti nel mondo del lavoro e riabilitati nella società civile”.

Cosa accadde quella notte del maggio ’44?

“Partigiani stalinisti della Brigata Gramsci, quasi tutti pregiudicati per reati contro il patrimonio, come risulta chiaro dagli atti processuali, lo prelevarono dal casale della Valnerina isolato dove si era  trasferito per mettere al sicuro i dai bombardamenti Alleati i suoi cari; nel portarlo via sottrassero dai locali qualsiasi cosa avesse un minimo di valore; dal polso del moribondo strapparono l’orologio che suo figlio Enrico dovette successivamente ricomprare da chi lo aveva incautamente acquistato dagli assassini”.

Era già stato preso di mira dai partigiani della “Gramsci”?

Maceo era sicuro, per come aveva vissuto e per come si era sempre comportato, che nessuno potesse volergli del male.  Fu l’errore fatale di un idealista intelligente, operoso e preveggente. Morì ucciso all’arma bianca con dignità lasciando poche cose terrene, ma un patrimonio di ideali e di ricordi che per l’Umbria, per l’Italia e per la famiglia costituisce un insieme impalpabile ed ideale insostituibile. Mio padre, con i fratelli Lorena, Stelvio, Paolo e con mia madre e mio cugino, Gianfranco Menti, ha speso una vita intensa nel riscattare il suo onore, difenderne la memoria limpida di uomo e di sindacalista e di intellettuale. Enrico ha raggiunto il papà Maceo, nella luce del Signore in cui credevano, a giugno del 2018. Negli anni lo hanno preceduto Stelvio e Lorena che mai hanno rinnegato la memoria e gli ideali di loro padre”.

 

*Stefano Fabei, Mursia 2013