Fellini – A cent’anni dalla nascita e a ventisette di prigionia nel ventre della Balena, Federico Fellini è fuggito ai gendarmi della morte ed è tornato vivo e giocoso per festeggiare il suo prossimo anniversario secolare. C’è una mostra dedicata a lui nella sua città natale, Rimini, per il suo centenario, il 20 gennaio. Fellini vide il mondo con gli occhi incantati di un bambino, le sue trasgressioni erano monellerie, le sue bugie e i suoi sogni erano puerili caricature della vita, del sesso, della morte. Anche le tette enormi di certi suoi personaggi femminili, come la tabacchina di Amarcord, erano grandi come le avrebbe viste un bambino.

Le voci suadenti, sussurranti, di molti suoi personaggi, ti entrano nella testa come ipnotiche, provenienti da un indecifrato altrove. A distanza di decenni risuonano ancora nella mente certi monologhi sognanti con la voce di Marcello Mastroianni. Della storia Fellini amò i punti di fuga, divagò anche in politica. Del mondo Fellini colse l’evanescenza, fra figure che scolorano in un fumoso interregno tra i vivi e i morti, tra la veglia e il sogno. Fellini fu metafisico d’infanzia e favoloso puericultore. Ma non fu autore di fantasy. Fellini non rendeva verosimile una storia immaginaria ma rendeva inverosimile la realtà. Erano i suoi occhi, e dunque la sua cinepresa, a vedere la realtà tramite il prisma della fantasia. Realismo magico, anzi magia del reale.

Sessant’anni fa, grazie a Fellini, Roma fu eletta capitale mondiale della Dolce vita; la mecca del Godimento. La consacrarono il cinema, la letteratura e il giornalismo, quello dei rotocalchi e dei fotografi. Ennio Flaiano e Federico Fellini pensarono di realizzare una loro vecchia idea, figlia di un loro lungo e creativo cazzeggiare ai tavoli dei bar romani: realizzare un film su Roma vista con gli occhi di un giornalista venuto dalla provincia. Provinciali erano anche loro, uno venuto da Pescara e l’altro da Rimini. Guardarono col loro occhio ironico e onirico alla vita romana di attori, nobili e paparazzi. Il suo epicentro fu Via Veneto ma il suo bacino si allargava dai palazzi dell’antica aristocrazia romana ai night, a Cesaretto, ai caffè de Paris e Donay ma anche a Rosati e Canova di piazza del Popolo, fino a Cinecittà.

È il ritratto, scrive Flaiano, di “una società del caffè che folleggia tra l’erotismo, l’alienazione, la noia e l’improvviso benessere”, che poi si chiamerà boom economico. Roma, per un mix di sacro e di profano, si è “dilatata, distorta, arricchita” tra scandali, vita godereccia e strade ridotte a “garage” per l’invasione delle auto. Una società sguaiata, un po’ esibizionista, “familiare anche nella corruzione” con tanta voglia di vivere. Fellini tinge la romanità di romagnolità. Con Flaiano inventa la figura di un fotografo simile al mitico Tazio Secchiaroli, ma da un libretto di George Gissing, Sulle rive dello Jonio, traggono il nome che diventerà simbolo dell’epoca: Paparazzo, cognome di un albergatore calabrese.

In via Veneto ci sono divi e scrittori, c’è Vincenzo Cardarelli, assiduo dei caffè, ironicamente definito “il più grande poeta morente”. E risalta la Via, che “splende di una bellezza perfino offensiva, opulenta, teneramente coronata dal verde dei pochi alberi sbadati che punteggiano le aiuole, tra il continuo fluire delle automobili, il paesaggio indolente, la sonnolenta beatitudine di chi siede ai tavoli del caffè”. Flaiano pensa che il film non si farà; ma Fellini quando giocava faceva sul serio. Il film uscì nel 1960. La Dolce Vita si inscrive nella saga felliniana che va dai Vitelloni a Otto e mezzo, da Alberto Sordi a Mastroianni. Fellini amava dei romani “la protervia e il cinismo”, nota Giovannino Russo, testimone e habitué della Dolce Vita, nel suo ultimo libro uscito alla sua morte, Con Flaiano e Fellini a via Veneto.

Il protagonista avrebbe dovuto chiamarsi Moraldo, come ne I Vitelloni, ma poi diventa Marcello, e calza a pennello su Marcello Mastroianni. Il film è cult, si fa modello di vita e di stile. Nasce perfino il maglione dolcevita indossato da Marcello; un maglione a collo alto che proviene dai caffè parigini, usato dagli esistenzialisti francesi, a’ la Sartre. Ma il loro pullover è nero e indica angoscia e nichilismo cupo; a Roma, invece, si fa civettuolo e vitazzuolo. La posa intellettuale parigina si fa estetica e gaudente a Roma. Si fa movimentata, superficiale. Anche se non mancano tratti melanconici.

La Dolce Vita rispecchia lo sguardo ironico e melanconico di Flaiano e l’occhio magico e circense di Fellini (“vuol dare il ritratto di una Roma irreale”, nota Flaiano). Roma fu l’ossessione di Fellini, da Satyricon, che è un po’ la Dolce vita in versione antica, al suo film “Roma” del ‘72.

Alla fine degli anni Ottanta mi illusi di essere uno spettatore speciale di Fellini. Lavoravo in Rai in via del Babuino e le finestre si affacciavano sulla sua terrazza. Lo vidi una volta con una vestaglia assurda e sognai di spiare la sua vita segreta. Immaginavo che avesse in casa pareti magiche e armadi a doppio fondo che apriva quando non c’era nessuno, e di lì venisse fuori la giostra, i giochi, le fatine e le pupone con le tettone gonfiabili. Sospettavo che avesse in casa felini esotici, vitelloni tonnati, serpenti luminosi e giraffe piegate in salotto obtorto collo. Immaginavo che si nutrisse di zucchero filato e nuvole di frutta, che vestisse con sciarpe laminate e cilindri da prestigiatore. Avevo un’idea troppo felliniana di Fellini. Ma la realtà per lui era solo un magazzino di pretesti per le fiabe. La sua vita vera fu quella che sognò.

MV, Panorama

Giornalista, scrittore, filosofo. E' nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. Proviene da studi filosofici. Ha fondato e diretto riviste, ha scritto su vari quotidiani e settimanali. È stato commentatore della Rai. Si è occupato di filosofia politica scrivendo vari saggi tra i quali La rivoluzione conservatrice in Italia, Processo all’Occidente, Comunitari o liberal, Di Padre in figlio, Elogio della Tradizione, La cultura della destra e La sconfitta delle idee (editi da Laterza), I vinti, Rovesciare il 68, Dio, Patria e Famiglia, Dopo il declino (editi da Mondadori), Lettere agli italiani. È poi passato a temi esistenziali pubblicando saggi filosofici e letterari come Vita natural durante dedicato a Plotino e La sposa invisibile, e ancora con Mondadori Il segreto del viandante e Amor fati, Vivere non basta, Anima e corpo e Ritorno a sud. Dopo Lettera agli italiani (2015) ha pubblicato di recente Alla luce del Mito e Imperdonabili, tutti con Marsilio, e Tramonti (Giubilei Regnani).