Il disagio economico/esistenziale, reale e/o percepito è all’origine della sfiducia, del rancore/rabbia sociale che contraddistinguono ormai da tempo i rapporti all’interno del nostro tessuto sociale; la responsabilità è attribuita alla politica, tutta, che ha governato fino a ieri a prescindere dalle effettive colpe.  A ben vedere, tralasciando gli aspetti di più basso profilo sui quali spesso ha indagato la magistratura, la colpa principale è stata e continua a essere l’incapacità da oltre trenta anni di immaginare il futuro di un Paese, di elaborare un progetto sociale proiettato non sull’immediato ma sul lungo termine. La politica ha perso un’occasione forse unica al tempo del primo Governo Prodi quando fu deciso l’ingresso dell’Italia nella moneta unica, una scelta con importanti effetti sociali ed economici che avrebbero dovuto essere governati con maggiore attenzione prospettica al futuro che si stava delineando. Nello stesso periodo l’economia italiana era interessata dal processo di delocalizzazione delle imprese italiane all’estero, con lo spostamento di intere attività manifatturiere nei Paesi dell’Est europeo, del Nord Africa, in Turchia e poi in Cina, con effetti facilmente prevedibili sull’occupazione. Ma i “cervelli” imprenditoriali resteranno in Italia, veniva assicurato, e in qualche caso ciò è avvenuto, ma ha riguardato una frazione marginale della forza lavoro interessata dal fenomeno ricompreso poi, genericamente, in quello della globalizzazione. Il contesto per un progetto alto era favorevole: bassa tensione sociale, più fiducia nel futuro, scetticismo verso la politica uscita malconcia da tangentopoli, scetticismo, ma non l’avversione dei nostri giorni. Il Professore possedeva (possiede) capacità progettuali, ma l’approccio ideologico e non realistico alle questioni sociali di parte della sua maggioranza di governo, unitamente alle ambizioni dalemiane, conclusesi, queste ultime, in modo fallimentare, non consentirono di avviare un percorso innovativo e riformatore.

Il successivo governo Berlusconi, pur in possesso di un’ampia maggioranza, si limitò a mantenere lo status quo, con la grave colpa però di non aver governato con sufficiente attenzione il passaggio dalla lira all’euro. Subentrò il secondo governo Prodi, ucciso nella culla dai soliti “puri” di sinistra, poi di nuovo Berlusconi, travolto dalla crisi dello spread, poi un governo di tecnici incaricato solo di gestire il presente. La situazione si stava ulteriormente deteriorando, con la crisi che colpiva duramente il mondo delle imprese e il mercato del lavoro. La nascita del governo Renzi aveva suscitato speranze e in effetti le iniziative inizialmente prese erano state accolte favorevolmente, ma non fu ricercata la collaborazione delle forze intermedie, amministrative, burocratiche, sindacali (con queste ultime l’approccio fu conflittuale) e, soprattutto, della politica “alta” in grado di elaborare un progetto complessivo, articolato su obiettivi di breve medio e lungo termine. Significativi errori commessi, lo sbilanciamento verso gli annunci, a scapito di una migliore rappresentazione delle cose realizzate, unitamente a modalità comunicative di stampo solipsistico con eccesso di super ego hanno condotto al tracollo elettorale della sua maggioranza di governo.   

La nascita del c.d. governo del cambiamento, da nessuno in precedenza immaginato, potrà essere in grado, vista l’ampia maggioranza parlamentare di cui dispone, di gettare lo sguardo oltre il presente? Le prime avvisaglie inducono allo sconforto (o quanto meno a dubitarne). Le due componenti, unite soprattutto dalla volontà di occupare il potere in tutti i gangli amministrativi e burocratici attraverso i quali effettivamente si governa il Paese, sono su posizioni antitetiche su numerose questioni socio-politiche fondamentali (economia, immigrazione, ecc.). Intravedere un progetto di fondo dalle prime scelte effettuate è difficile per non dire impossibile (anche se oggettivamente è presto). Un effetto delle iniziative però è chiaro: i metodi con cui si vuole combattere la povertà (nobile intento, peraltro tardivamente perseguito anche dal precedente governo) porteranno ad un impoverimento complessivo. Infatti, il taglio e il mancato adeguamento delle pensioni per finanziare le pensioni più basse, non toglierà dalla povertà chi percepisce queste ultime, ma per contro inciderà pesantemente sul tenore di vita di tanti pensionati e delle loro famiglie. E speriamo che l’inflazione resti come è (e comunque, in assenza di adeguamenti, anche l’attuale livello dell’inflazione, erode lentamente ma progressivamente il potere di acquisto), perché se crescerà l’ingresso dei pensionati nel segmento della povertà sarà più rapido e massiccio. Al di là  della odiosa facilità (già praticata in passato) con cui si è  intervenuti a danno di chi non si può in alcun modo difendere, rileva la mancanza di coraggio nell’usare la leva fiscale coinvolgendo l’intera platea dei contribuenti, a partire dai redditi più elevati, al fine sia di migliorare le condizioni di chi versa in difficoltà sia di creare le condizioni, unitamente a tutti gli altri strumenti disponibili (flessibilità dei conti ecc.) per attuare un piano di investimenti pubblici e favorire lo sviluppo di investimenti privati necessari per l’ammodernamento delle infrastrutture del Paese e la nascita di nuove iniziative imprenditoriali, con l’obiettivo primario della creazione di posti di lavoro, lavoro che è, se non l’unico, il più importante veicolo per dare concretamente identità e dignità  alle persone. Invece la leva fiscale è stata utilizzata unicamente a favore delle partite IVA, con un intervento, in via di massima necessario, seppure da considerare meglio quanto ad entità, che ha il sapore di ricerca di consenso elettorale.

Per il resto si sta cavalcando la questione sicurezza, di cui va riconosciuta senza alcuna remora l’importanza per evitare un ulteriore degrado del tessuto sociale, senza peraltro che anche questo problema sia inquadrato in un piano di azione coordinato e contestualizzato in un sistema legislativo e amministrativo in grado di attuare gli intendimenti manifestati.

Della questione familiare non se ne accenna neppure, nonostante gli allarmi frequenti sugli effetti del calo demografico in atto da tempo. È ingenuo chiedere un minimo di coerenza con le promesse elettorali? Evidentemente sì, visto che il consenso cresce.

Di finanziamenti alla Scuola e all’Università, che avrebbero rappresentato la volontà di credere nel futuro non se ne parla.

Il governo del cambiamento è giovane, dobbiamo sperare che cresca oppure sarebbe meglio fare chiarezza su dove vogliamo che vada il Paese?