Eddai! Così no, però! Passi il buonismo delle prime serate di Canale 5 e Rai Uno, di Porta a Porta e di Barbara d’Urso, dei radical chic e dei predicatori dei talk show. Passi tutto, ma un fantasy è un fantasy! Soprattutto se ti chiami “il gioco dei troni” e se per sette stagioni e mezzo te le suoni di santa ragione a colpi di teste mozzate, corpi impalati e draghi sputa fuoco!

Per chi non l’avesse capito dall’incipit, il finale del Trono di Spade ci ha deluso. Profondamente deluso. E non solo perché chi scrive non ha mai simpatizzato troppo per Jon Snow nei Targaryen, preferendogli di gran lunga la Targaryen originale; quanto perché il finale con i signorotti intenti a scegliere democraticamente il nuovo sovrano, si addice più ad una riunione per eleggere il capoclasse, che non ad un fantasy dove per 89 puntate e mezzo sono stati sprecati più litri di sangue che parole.

Che l’attesissima stagione 8 della serie HBO – guardacaso la prima realizzata senza che George Martin avesse prima pubblicato il libro – tra le più seguite e premiate della storia, non fosse all’altezza delle aspettative, lo avevamo già intuito dalle prime battute. La battaglia con gli estranei, attesa all’incirca dalla prima puntata della prima serie, si consuma in mezza puntata e il terribile Night’s King viene liquidato in 9 secondi netti da Arya Stark.

Ma la vera delusione arriva alla fine. Daenerys perde la testa e dopo aver liberato il mondo intero dalla schiavitù, rade al suolo per puro gusto sadico e senza motivo l’intera capitale dei sette regni. Jon Snow, rinuncia – praticamente in cambio di un piatto di lenticchie – a rivendicare ciò che gli spetterebbe di diritto – il trono – e torna nell’estremo nord, da dove era arrivato – luogo che nel frattempo non ha più senso di esistere, visto che la barriera avrebbe dovuto difendere i sette regni da bruti ed estranei, ma i primi sono ora alleati ed i secondi scomparsi – non prima, però, di aver accoltellato a morte la sua amata, baciandola e dichiarandole amore e fedeltà eterni.

Infine, l’elezione del capoclasse di Westeros. Una platea di insignificanti figure, tra le quali Samuel Tarly e Sansa Stark appaiono degli autentici giganti, votano a maggioranza la proposta di Tyrion Lannister – l’unico che perlomeno continua ad avere un ruolo – di scegliere Brandon Stark come nuovo re. Con due postille da voltastomaco: che venga scelto un re che non possa avere figli, così da poter votare ogni volta il nuovo sovrano, senzadover ricorrere alla discendenza di casata – dopo averci inculcato per 7 stagioni la storia delle casate, degli stemmi e dei motti – e che, se un regno chiede l’indipendenza – cosa che fa immediatamente la sorella del re prescelto, per la serie “parenti serpenti” – questa gli venga immediatamente concessa. Insomma, più che il finale di Game of Thrones, sembrava di vedere un congresso del partito radicale del 1985.

Alla fine, il migliore per distacco è stato Drogon – il drago superstite di Daenerys – che, prima di andarsene e risparmiarsi il teatrino buonista della scelta del capoclasse, disintegra il trono di spade e si porta via il corpo senza vita di sua “madre”. Almeno Drogon ha tentato di salvare i concetti di fedeltà, onore e appartenenza che dovrebbero essere alla base di un buona storia fantasy.

P.S. Stucchevole anche il tentativo finale di scimmiottare il re di tutti i fantasy, con Arya Stark ormai impossibilitata a vivere una vita normale tra gli uomini che, come Frodo di ritorno da Monte Fato, si imbarca e naviga verso i “porti grigi” ad ovest di Westeros, mentre Lady Brienne, si inventa novella Bilbo Baggins e scrive le “cronache del ghiaccio e del fuoco”, raccontando le vicende del gioco dei troni e dell’amato Jamie Lannister.