I baffoni di Peppone, lo spirito di don Camillo, l’ardore di ambedue. E dietro di loro i baffoni di Stalin e la voce di Gesù che parla al parroco esuberante.

Siamo a Natale del 1954. Giovannino Guareschi è in carcere per aver diffamato Alcide De Gasperi. Stette più di un anno in gattabuia. Quel Natale del ’54 non era il primo dei suoi Natali trascorso in carcere. Undici anni prima aveva passato un altro Natale in prigionia, nel campo di concentramento di Benyaminòv in Polonia e poi in Germania; vi rimase ben due anni, assieme agli altri soldati italiani. Era stato deportato perché come ufficiale d’artiglieria non aveva aderito alla Repubblica sociale ed era rimasto fedele al giuramento al Re e al Regno d’Italia.

In quel Natale da deportato aveva composto un testo tenero e struggente, Favola di Natale, in cui sognava il suo ritorno a casa, tra i suoi cari. Tornò dal lager stremato dopo quella lunga prigionia, pesava quaranta chili. Ma nel dopoguerra fondò il settimanale Candido e per il suo anticomunismo, il suo amor patrio, per giunta cattolico, fu accusato di fascismo… Destino cinico e beffardo.

Ma la beffa più grande fu quel ritorno in carcere, in tempo di pace, di libertà e di democrazia, unico tra i giornalisti a far tanto carcere per un reato di diffamazione. A mandarlo in galera era stato il principale beneficiario della sua campagna del 1948 contro il fronte popolare, a favore della Democrazia Cristiana, Alcide De Gasperi. Era stato ingenuo Guareschi a fidarsi dell’autenticità di alcune lettere di De Gasperi che chiedevano agli Alleati anglo-americani di bombardare Roma per spezzare l’ultima resistenza alla loro vittoria. Lettere ritenute false dal Tribunale, di cui però si evitò di andare a fondo con le perizie calligrafiche e le testimonianze. E questo si può capire, per ragion di Stato e per non crocifiggere un grande presidente del consiglio, che di lì a poco sarebbe morto, mentre Guareschi languiva in carcere. Ma fu spietata la galera di Guareschi, spietato De Gasperi a pretenderla. Né lui, Giovannino, volle chiedere scusa o volle appellarsi alla grazia. Accettò da uomo d’onore il verdetto e lo scontò fino in fondo, con rara dignità. Vi entrò in maggio nel carcere di san Francesco, a Parma. Vi trascorse più di 400 giorni. E in mezzo fu Natale.

In carcere, Giovannino però pensava alla sua famiglia, ed ebbe una delle sue idee pazze e generose. Scrisse a un suo amico perché facesse pervenire ai suoi figli, Carlotta e Alberto, uno speciale dono di Natale, nientemeno che un cavallo. Si raccomandò che il dono fosse inatteso, che spuntasse “come un miracolo” nell’aia di casa. Firmò la sua lettera coi baffi e con la G, come faceva di consueto, ma stavolta accompagnati da un angioletto aleggiante che teneva in mano la palla al piede e la catena per allievargli il carcere. L’impresa equina non riuscì, quella angelica forse sì.

Guareschi fu scrittore natalizio, perché si concentravano in quella festività il suo senso religioso, il suo senso famigliare e il suo spirito festoso. Dio, pacchia e famiglia, il suo mondo. Molti suoi racconti ruotano intorno al Natale. Nel Natale del ’47 Guareschi dedicò un racconto alla recita della poesia natalizia da parte dei suoi figli; un racconto tenero e divertente, in cui spiritoso e spirituale s’intrecciano con leggerezza nell’atmosfera natalizia. Ma aveva già dedicato altri suoi racconti alla Letterina di Natale, scritto anch’esso nel lager nel Natale del ’43 e poi al Presepe, raccontando la storia di quel presepe di cartone che avevano fatto in carcere con altri prigionieri e che poi si erano divisi in una santissima lottizzazione, portando ciascuno un pezzo in ricordo a casa. A Guareschi la spartizione andò particolarmente bene, perché gli toccò il Bambinello, col bue, l’asinello e la capanna intera a che se scoperchiata.

Il ponte tra le due esperienze da prigioniero fu per Guareschi un frate, Padre Paolino Beltrame Quattrocchi, che lo aveva accolto nel ’45 di ritorno dal lager. Nel Natale del ’54 Padre Paolino convinse il Cappellano del carcere a dirsi malato, in modo da celebrare lui la messa natalizia per i carcerati e così rivedere Giovannino. Quando Guareschi riudì la sua voce ebbe un sussulto, vide in lui il suo don Camillo. Dopo la messa lo abbracciò fraternamente fino alle lacrime. Poi nell’estate del ’55, scambiandosi le parti, Guareschi tornò libero mentre don Paolino andò in clausura.

La sua odissea prima e dopo il carcere fu ritratta dal fotografo Walter Breviglieri in una ventina di foto del suo archivio storico fotografico Fotowall, già Publifoto, ora delle edizioni Minerva. C’è tutto un mondo in quelle immagini, di cui qui abbiamo selezionato solo alcune.

MV, Panorama n. 52 (2019)

Giornalista, scrittore, filosofo. E' nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. Proviene da studi filosofici. Ha fondato e diretto riviste, ha scritto su vari quotidiani e settimanali. È stato commentatore della Rai. Si è occupato di filosofia politica scrivendo vari saggi tra i quali La rivoluzione conservatrice in Italia, Processo all’Occidente, Comunitari o liberal, Di Padre in figlio, Elogio della Tradizione, La cultura della destra e La sconfitta delle idee (editi da Laterza), I vinti, Rovesciare il 68, Dio, Patria e Famiglia, Dopo il declino (editi da Mondadori), Lettere agli italiani. È poi passato a temi esistenziali pubblicando saggi filosofici e letterari come Vita natural durante dedicato a Plotino e La sposa invisibile, e ancora con Mondadori Il segreto del viandante e Amor fati, Vivere non basta, Anima e corpo e Ritorno a sud. Dopo Lettera agli italiani (2015) ha pubblicato di recente Alla luce del Mito e Imperdonabili, tutti con Marsilio, e Tramonti (Giubilei Regnani).