Prima di lui c’erano riusciti soltanto in otto. Nomi altisonanti, come quelli di Juan Manuel Fangio, Nigel Mansell e, in tempi più recenti, quel Lewis Hamilton a cui il giovane Charles, proprio ieri, ha sbattuto la porta in faccia a una quindicina di giri dalla fine. Ebbene, da ieri, anche Charles Leclerc entra di diritto nel ristretto club di coloro che, dopo la prima vittoria della carriera in Formula 1, hanno bissato immediatamente il risultato.

Leclerc è un predestinato, si sapeva. Lo sapevano in Ferrari mentre lo osservavano crescere nell’Accademy e ne hanno avuta la quasi certezza quando lo hanno visto trionfare in GP2 nel 2017. La certezza, quella vera, Charles gliela ha data guidando l’Alfa Sauber e facendo cose talmente strabilianti da convincere la scuderia di Maranello a non rinnovare il contratto ad un tale Kimi Raikkonen, di professione “ultimo campione del mondo a bordo di una rossa”.

Nel tripudio rosso di Monza è lui a rinvigorire l’orgoglio Ferrari dopo due terzi di stagione in cui la Mercedes e Lewis Hamilton si erano divertiti a calpestare la rossa in ogni dove. Un successo che il popolo ferrarista aspettava, ma che aspettavano un po’ tutti gli appassionati di Formula 1. Già, perché Monza non consegna soltanto ai ferraristi la certezza di aver trovato un campioncino su cui puntare per il futuro, ma consegna a tutti i fans del motorsport la consapevolezza che l’ultima parte di carriera di quel “mostro” di Lewis Hamilton sarà resa estremamente interessante ed avvincente non solo dai duelli con l’ormai consacrato Max Verstappen, ma anche da quelli con il giovane monegasco.

Verstappen e Leclerc, ruota a ruota nei prossimi anni per decidere chi, come accadeva ai tempi dei kart, sarà il primo a conquistare una corona iridata, mentre King Lewis cercherà di distruggere gli ultimi due record che gli mancano: il settimo titolo mondiale come Schumacher – dando per conquistato, ormai, il sesto – e il numero di vittorie, record che appartiene sempre al tedesco (91 contro le 81 già messe in saccoccia da Hamilton). Per noi, spettacolo e adrenalina assicurati!

Ma in tutto questo, così come alla festa di Monza, c’è un grande, grandissimo, assente: Sebastian Vettel. Abbiamo scritto tante volte della sua fragilità psicologica nei duelli testa a testa con Lewis Hamilton, uno che invece si esalta in situazioni di competizione esagerata. Oggi, il paragone si sposta giocoforza dall’inglese al monegasco ed anche nei confronti di Charles emerge tutta la fragilità di un campione che deve assolutamente ritrovarsi.

Vettel non è una schiappa. Non è un bidone. Non possiamo credere che 4 mondiali in Formula 1 si vincano per caso. Ma oggi non è più un pilota competitivo. Non è ai livelli di Hamilton (ammesso che lo sia mai stato), non è ai livelli di Verstappen, ma, soprattutto, non è ai livelli di Leclerc. E per un pilota dell’età e dell’esperienza di Seb, questo può significare solo una cosa: che cambiare aria, trovare una nuova sfida ed un nuovo ambiente, magari con meno pressione, sia la sola ed unica opportunità da cogliere al volo. Prima che sia troppo tardi.

Prima che nuovamente accada quello che è accaduto ieri, dove la marea rossa ha portato in trionfo un ragazzo di 21 anni che in gara si è preso il lusso di sbattere la porta in faccia ad un cinque volte campione del mondo, ma che ha anche doppiato (!) un quattro volte campione del mondo che corre con la sua stessa automobile. Vettel è finito in testacoda, da solo, quando si trovava in quarta posizione; ha travolto il povero Lance Stroll rientrando in pista senza accertarsi di poter compiere la manovra in sicurezza; si è beccato uno stop ‘n go di 10 secondi di penalizzazione ed è finito 13esimo, doppiato da Leclerc e dai due Mercedes.

Un Vettel così non serve a Leclerc, non serve alla Ferrari, ma non serve neppure a se stesso. Seb deve ritrovarsi, capire se ha ancora qualcosa da dare a questo sport e, probabilmente farlo lontano da Maranello. Il popolo del cavallino ne sentirà la mancanza, ma non troppo, avendo già scelto su cui puntare per i prossimi anni: quel ragazzo che sceglie di parlare in italiano alle interviste del dopogara e che infiamma il pubblico con una guida talentuosa e spericolata allo stesso tempo.

Uno che – e scusate se è poco – al primo anno in Ferrari porta a casa le vittorie a Spa ed a Monza, proprio come aveva fatto, prima di lui, un tedesco che in Ferrari non è passato proprio inosservato. E di nome, quel tedesco non faceva Sebastian, ma Michael