Ve lo ricordate il film di Giovanni Veronesi, Non è un paese per giovani? I protagonisti erano Sandro e Luciano, due camerieri romani che sognavano, uno di diventare scrittore, l’altro di aprire un ristorante a Cuba e che finivano per partire alla fortuna, vivendo un’avventura dietro l’altra con Nora, una ragazza italiana conosciuta proprio nell’isola caraibica che fu di Che Guevara e di Fidel Castro.

Ma che c’entrano Sandro e Luciano con il Gran Premio di Formula 1 d’Ungheria? Apparentemente nulla, se non il fatto che oggi, i due ragazzini spensierati e sognatori delle quattro ruote, si sono dovuti scontrare, esattamente come Sandro e Luciano del film di Veronesi, con la realtà, che la ha sbattuto in faccia la sentenza di come la Formula 1 non sia ancora un paese per giovani. O meglio, non solo per giovani.

Le funamboliche prestazioni dei due ragazzini in questione – al secolo Max Verstappen da Hasselt, Olanda, pilota Redbull e Charles Leclerc da Monaco, seconda guida Ferrari – avevano spinto un po’ tutti a fare i conti senza l’oste. E quando l’oste si chiama Sebastian Vettel, ma soprattutto quando l’oste risponde al nome di Lewis Hamilton, è sempre bene chiamarlo il causa prima di fare qualsiasi tipo di conto.

Dopo la vittoria di Max in Germania, sette giorni fa, la Redbull numero 33 scattava dalla Pole Position – la prima in carriera per il giovane pilota olandese – mentre la Ferrari numero 16 scattava, per l’ennesima volta, davanti a quella del 4 volte campione del mondo tedesco.

Ma l’Ungheria, si sa, è terra di grandi tradizioni, dove il concetto di imperatore è ben radicato e conosciuto. E così, tra le bellezze di Buda e di Pest, dove la storia millenaria delle grandi capitali danubiane si sposa con la modernità di un paese che sta bruciando le tappe per tornare all’antico splendore sopito da mezzo secolo di oppressione comunista nel corso del novecento, i vecchi leoni sono tornati a ruggire.

Lewis Hamilton, grazie anche ad una strategia perfetta, voluta – quasi imposta – dal suo ingegnere di pista, fa una sosta in più rispetto a Verstappen – leader della gara dalla partenza fino a 5 giri dal traguardo – e rimonta al talento olandese 19 secondi in poco più di 10 giri, beffando il numero 33 a meno di 20 chilometri dalla bandiera a scacchi e andando a segnare la vittoria più bella della sua stagione, forse una delle più belle della sua incredibile carriera.

Dietro Mercedes e Redbull, dove si lottava per il terzo gradino del podio, strategia in fotocopia di Vettel su Hamilton e medesimo risultato dell’inglese con 20 secondi recuperati, giro dopo giro, a Charles Leclerc – terzo fino a 3 giri dalla fine – e sorpasso che vale a Seb la medaglia di bronzo in un fine settimana che ha visto la Ferrari mai all’altezza, non solo della Mercedes, ma anche della Redbull.

Dopo l’Ungheria dunque, la Formula 1 torna ad essere non un paese per giovani o, per meglio dire, un paese laddove i vecchi leoni come Lewis Hamilton e Sebastian Vettel – ma anche Kimi Raikkonen, che con l’Alfa Romeo infligge ogni domenica distacchi abissali al giovane compagno di squadra Giovinazzi e che, in Ungheria, conquista un più che dignitoso 7 posto, tenendo dietro la Mercedes di un Valterri Bottas, tornato drammaticamente mediocre – sono ancora ben lontani dal lasciare il ruolo di capobranco ai “leoncini” Verstappen e Leclerc.