Giovanni Gentile è una delle massime espressioni della profondità culturale italiana dello scorso secolo. Filosofo di spessore, teorico dello Stato e pensatore di altissimo livello, fu anche Ministro dell’Istruzione durante il Fascismo, dando forma alla più complessa e avanzata riforma della scuola che l’Italia abbia mai conosciuto: quella che – per intenderci – ci ha trasmesso l’istituzione del Liceo ed ha creato l’ossatura della pubblica formazione.

Anche per questo, il 15 aprile del 1944, il professore venne assassinato in quel del Salviatino, a Firenze, dove un commando gappista lo freddò brutalmente. Un delitto atroce, che sollevò indignazione e sdegno, inasprendo il clima della “guerra civile”. 

Oggi, nell’anniversario della sua esecuzione, i militanti di Casaggì e Fratelli d’Italia si sono recati sul luogo del delitto, per deporre una rosa rossa e affiggere una locandina riportante il volto del filosofo. Un’iniziativa che viene ripetuta ogni anno, ma che questa volta sembra assumere un tono più politico: la destra fiorentina, per bocca di Alessandro Draghi – candidato al consiglio comunale per il partito della Meloni – afferma di voler portare la questione nelle Istituzioni, dove da decenni si nega ogni riconoscimento formale a Giovanni Gentile, mettendo in atto una damnatio memoriae che ha dell’incredibile.

Il Consiglio del Quartiere 2 – molti anni fa – aveva approvato l’apposizione di una targa, che però non è mai stata realizzata ed esposta. Al contrario di quanto è avvenuto con quelli che, stando alle cronache storiche, sarebbero gli esecutori materiali dell’omicidio. Un fatto che, senza dubbio, si inquadra all’interno di un clima politico ancora condizionato dai pregiudizi ideologici di una sinistra incapace di fare i conti col passato e animata da un rancore ingiustificabile.