A leggerla così, una notizia del genere, si potrebbe pensare che un vecchio giornale vintage – ingiallito dal tempo – sia riafforato da qualche vecchia libreria impolverata di un mercatino delle pulci per amanti della storia. E invece no, non si tratta dell’Italia alle prese con la ricostruzione post-bellica: siamo ad Empoli, nel mese di marzo dell’anno domini 2019. 

La revoca, votata lunedì sera durante la seduta del Consiglio Comunale, annulla il provvedimento approvato il 24 maggio del 1924, con il quale si concedeva la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini, all’epoca Duce d’Italia. L’annuncio, gaudente, è della sindaca Brenda Barnini – del Partito Democratico – che dopo una lunga ricerca negli archivi comunali, è venuta in possesso del documento incriminato. Al voto hanno partecipato tutti, tranne Andrea Poggianti, consigliere di Fratelli d’Italia e prossimo candidato sindaco del centro-destra. 

Le dichiarazioni della Barnini, non si sono fatte attendere: “Il Consigliere Poggianti, candidato sindaco del Centro destra non ha invece voluto partecipare al voto dicendo che ci sono cose più importanti di cui occuparci… si commenta da solo. Ma intanto il Duce non è più cittadino onorario di Empoli e questo è quello che conta per la capitale morale dell’antifascismo e medaglia d’oro al merito civile per il contributo dato nella Resistenza, nella Liberazione e con il sacrificio di centinaia di cittadini innocenti morti sotto il regime fascista e nelle deportazioni“.

L’esponente della destra empolese, il giorno successivo, ha risposto alla provocazione: “Non ho partecipato al voto perchè Empoli ha altre priorità, certamente non è togliere la cittadinanza onoraria a Tutankhamon, Gengis Khan o Mussolini. E ora che il Duce non è più cittadino onorario di Empoli, cosa pensa di aver risolto la Barnini? C’è forse più sicurezza, decoro o meno tasse per famiglie e imprese? Ha forse modificato il corso della storia? 

Insomma, siamo di fronte all’ennesima boutade di una sinistra che sembra aver perso il contatto con la realtà. Quella del Ventennio, per certi esponenti democratici, è una vera ossessione: non riescono a farne a meno e continuano a lanciare sterili gridi d’allarme ai quattro venti, indicando minacce immaginarie e chiamando a raccolta fantasmagorici eserciti morali.

Se certa gente non governasse i nostri territori, evidentemente, ci sarebbe da ridere. Più serio, invece, è l’abisso culturale che ha colpito la sinistra italiana dell’ultimo decennio: i tradizionali riferimenti alla giustizia sociale, senza dubbio, hanno lasciato il passo ad un antifascismo isterico e puerile, fatto di petizioni e patentini, proteste e appelli, libercoli e allarmismi.

Un meccanismo perverso, che ha reso passivo e subalterno l’intero mondo progressista, relegato alla perenne rincorsa dell’avversario politico, costantemente etichettato quale “razzista”, “fascista”, “omofobo” o “sessista”: un corto circuito che – forse – si innesca sulle rovine di un modello socialista e social-democratico che non ha retto il confronto con quella globalizzazione che, da “incubo perenne”, si è trasformata in “meravigliosa occasione”. Del resto, ascoltando le dichiarazioni di un Fiano o di una Boldrini, si evince la spudorata accettazione politica e culturale di quel livellamento globale che il mercato – attraverso i meccanismi della finanza o delle migrazioni di massa – sta operando senza sosta: in questo contesto, dunque, il “pericolo fascista” viene identificato in qualunque tentativo di reazione  naturale rispetto all’annientamento dei confini, delle identità e dei punti di radicamento. 

Nel frattempo, mentre si festeggia per la revoca della cittadinanza onoraria a Benito Mussolini, c’è chi combatte con le quotidiane difficoltà di una realtà che non ha tempo per pensare alle diatribe storiche del secolo scorso.