Rottura tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Crisi di Governo. Sfiducia a Conte. Elezioni anticipate. Governo sovranista. Pieni poteri. Sono sono alcune delle espressioni che dallo scorso 7 agosto, giorno del voto in senato sulle mozioni TAV, hanno invaso giornali, radio e telegiornali, oltre alle vite di tutti noi cittadini.

E assieme a queste espressioni, non esiste giornale, trasmissione televisiva, salotto o talk show che non parli di calendario – quelli più fashion parlano di road-map, ma la sostanza non cambia – che ci separerebbe dal voto anticipato e tutti, chi più convintamente, chi meno, individuano in tre potenziali domeniche di ottobre la data fatidica: domenica 13, domenica 20 o domenica 27.

Non che AdHoc News abbia la pretesa di confutare i ben più illustri salotti televisivi, ma mentre loro stilano la road-map, noi ci siamo divertiti a stilare una No-Map, ovvero una lista di (buoni) motivi per i quali, siamo certi, non ci saranno le elezioni anticipate, almeno per adesso.

Diamo per scontato – anche di scontato nel mondo della politica non c’è niente – che entro la fine del mese di agosto il governo Conte incassi la sfiducia formale del Senato e che il Presidente della Repubblica apra conseguentemente la stagione della crisi di governo. In tale fase, tutte le forze politiche saranno riconvocate al Quirinale e Sergio Mattarella dovrà prendere atto della volontà preponderante, oltre a verificare la totale assenza di maggioranze parlamentari che potrebbero garantire la nascita di un nuovo governo.

Ed è proprio qui che entra in gioco la nostra No-Map, perché se a parole tutti si dicono pronti a tornare alle urne – eccezion fatta per Matteo Renzi, che però, almeno ufficialmente, è soltanto uno dei 51 senatori del Partito Democratico – siamo certi che la realtà sia decisamente differente da quella che i vari partiti vogliono farci credere.

NO-MAP: I FAVOREVOLI

Chi vuole andare a votare a tutti i costi è Matteo Salvini. Se ciò non fosse, non avrebbe provocato la crisi di governo e non sarebbe in campagna elettorale permanente ormai da mesi, ammesso che la campagna elettorale per il Carroccio sia mai effettivamente finita. Giuseppe Conte lo ha detto in maniera chiara: “Salvini vuol far cadere il governo perché vuole monetizzare il consenso che la Lega ha nei sondaggi”. Il Ministro degli Interni nega, ma noi non abbiamo difficoltà a credere alle parole di Conte. Del resto la Lega veleggia nei sondaggi quasi a ridosso della soglia del 40% dei consensi – che con l’attuale legge elettorale vorrebbe dire maggioranza assoluta alla Camera ed al Senato – e Salvini sa bene che la crescita del suo movimento non potrà essere infinita. Quindi, siccome il leader leghista negli ultimi anni non ha mai fatto niente in maniera sconclusionata e affrettata, se ha staccato la spina al governo adesso è perché è convinto che la Lega abbia raggiunto l’apice di crescita possibile.

Tra chi dice di voler andare al voto ed al voto vuole andarci davvero, ci sono anche Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia. Il partito erede di Alleanza Nazionale è l’unica forza politica che è riuscita a crescere negli anni in cui Lega e Movimento 5 Stelle hanno fatto il pieno dei consensi e Giorgia Meloni sa che questa sarebbe un’occasione unica per tornare al governo. Primo, perché se il centrodestra andasse alle urne unito, otterrebbe un consenso senza precedenti; secondo, perché la Lega è forte, fortissima, ma non ancora così forte da poter azzardare una corsa “in solitaria” e quindi, anche se Salvini dovesse rompere la storica alleanza con Silvio Berlusconi, la Lega sarebbe comunque costretta ad allearsi con Fratelli d’Italia ed insieme, i due, supererebbero, almeno stando ai sondaggi, la soglia che garantisce la governabilità in Italia.

Capitolo a parte merita invece il Partito Democratico, perché se Zingaretti vuole assolutamente tornare al voto – non certo per velleità di governo, quanto per sostituire gli attuali parlamentari Pd, tutti scelti a suo tempo da Matteo Renzi, con donne e uomini fedeli alla sua segreteria – i gruppi dem alla Camera e al Senato non sembrano troppo in linea col segretario. Ecco dunque tornare in auge la figura di Matteo Renzi, uno che – non ce lo dimentichiamo mai – ha fatto le proprie fortune non sedendo sulla poltrona di segretario, ma anzi, proprio a discapito di chi sedeva su quella poltrona.

NO-MAP: I CONTRARI

Abbiamo detto di Renzi, capofila dei contrari al voto. Il motivo? Beh… I motivi, semmai! Se Matteo Renzi riuscisse veramente ad impedire il voto anticipato in autunno, dal dimenticatoio dove qualcuno pensava di averlo sepolto anzitempo, l’ex premier tornerebbe incredibilmente il principale protagonista della politica italiana, segnando non una, ma quattro vittorie contemporaneamente. La prima: manterrebbe di fatto il controllo dei gruppi parlamentari del Partito Democratico, dove gli zingarettiani sono in minoranza. La seconda: sconfiggerebbe l’uomo più forte del momento, ossia quel Matteo Salvini che vuole ad ogni costo le elezioni. La terza: avrebbe tutto il tempo necessario per organizzare un proprio partito o sviluppare un proprio progetto politico, magari coinvolgendo parte di Forza Italia che mal digerisce un centrodestra sempre più a trazione Salvini/Meloni. La quarta: dopo Bersani e Letta, potrebbe appendere sopra il capezzale del proprio letto anche la testona imbalsamata di Nicola Zingaretti: lui favorevole alle elezioni, finirebbe sfiduciato di fatto dal “vero” leader del Pd.

Tra i contrari al voto, ovviamente, anche Pietro Grasso, Laura Boldrini e Liberi e Uguali. Per tutti loro, la fine della legislatura combacerebbe con la fine della carriera politica da parlamentari. Liberi e Uguali non esiste più, altre formazioni di sinistra in grado di superare le soglie di sbarramento, od oggi, non esistono. Nel loro caso la scelta non è politica, quindi, ma di mera sopravvivenza.

NO-MAP: I FINTI FAVOREVOLI

Quella dei finti favorevoli è la categoria più affollata. La compongono tutti quelli che non possono fare altrimenti che non dirsi favorevoli alle urne, ma che in cuor loro sanno che elezioni farebbe rima con sparizioni. Chi ci mettiamo in questa categoria? In primis il Movimento 5 Stelle e, subito a ruota, Forza Italia.

Con Salvini a petto gonfio a chiedere elezioni subito, Di Maio non può certo essere da meno. I pentastellati sono costretti a rincorrere la Lega giocando a chi urla di più, ma dentro di loro sanno che la sfida è persa in partenza. Non esiste sondaggio, studio, analisi di mercato che attribuisca al Movimento 5 Stelle lo stesso numero di seggi ottenuti il 4 marzo 2018. Inoltre, sulla testa di molti degli attuali deputati e senatori grillini – Di Maio e Fico compresi – pende la spada di Damocle dei due mandati. Va bene che loro sono “cittadini prestati alla politica”, che “nessuno di loro è attaccato alla poltrona” e che “loro sono solo portavoce dei cittadini”, ma è anche vero che molti di loro, prima di sedere in Parlamento, non avevano neppure mai avuto un lavoro a tempo indeterminato. Sarà così facile convincerli a rinunciare ai 12.500 Euro mensili di stipendio che percepiscono – anche se una parte la restituiscono al Movimento – adesso? Senza contare poi l’aspetto politico: con Salvini assolutamente indisposto a qualsiasi tipo di nuova accozzaglia di governo, i cinquestelle sarebbero fondamentali per costituire qualsiasi maggioranza alternativa a quella che fino ad oggi ha sostenuto il governo Conte. Tornare a votare significherebbe rinunciare non soltanto ad un seggio e ad uno stipendio, ma anche condannarsi per sempre al ruolo di opposizione, anziché di governo.

Per Forza Italia il discorso è invece terribilmente più semplice. Il Cavaliere non può dirsi contrario al voto perché così facendo si metterebbe da solo fuori dall’asse Salvini/Meloni – coi due che non vedrebbero l’ora, a quanto pare – e dall’alleanza di centrodestra, ma al tempo stesso è consapevole che 62 senatori e 104 deputati, Forza Italia non riuscirebbe a rieleggerli nemmeno nel più piacevole dei sogni. Soprattutto nel caso di un Salvini deciso a correre da solo o, al più, alleato con la Meloni. In questo modo, contro Forza Italia si scatenerebbe anche l’uragano del “voto utile”, riducendo i berlusconiani al minimo storico. Molto meglio avere altro tempo per capire, osservare, studiare l’evolversi della scena politica italiana (Renzi docet).