Un equilibrista si muove sul suo monociclo lungo una fune sospesa a decine di metri da terra. Un gioco di equilibrio altamente pericoloso, in bilico tra raggiungere la piattaforma di arrivo e cadere giù, verso quel fallimento che tutto il pubblico, nel proprio intimo, spera di vedere.

L’equilibrista in questione ha le sembianze di Matteo Salvini, leader della Lega e, almeno fino ad oggi, Ministro degli Interni e vicepremier del governo italiano. L’uomo che ha deciso, prendendo a pretesto un inutile voto del Movimento 5 Stelle contro la TAV, di staccare la spina a quello che, poco più di 12 mesi fa, era stato presentato come “il governo del cambiamento“, ossia il primo esperimento italiano di governo autenticamente populista, non tanto per definizione, quanto perché espressione di uno dei consensi popolari tra i più ampi della nostra storia repubblicana.

E mentre l’equilibrista Matteo si muove col suo monociclo lungo la fune della politica italiana, a noi vengono in mente due interrogativi ai quali proviamo a dare una risposta, ben sapendo che una risposta vera e propria non esiste, se non nella testa dello stesso leader leghista: per quale motivo Matteo Salvini ha scelto di staccare la spina al governo con il Movimento 5 Stelle? E poi, a cosa punterà adesso la Lega: a riportare il centrodestra al governo, oppure a tentare il colpo gobbo della corsa in solitaria verso il 40% dei consensi, soglia necessaria ad ottenere il premio di maggioranza?

QUESITO NUMERO 1 – I MOTIVI

Dato per assodato come il voto del Movimento 5 Stelle sulle mozioni TAV sia stato solo un pretesto per aprire la crisi di governo, quali sono i reali motivi per i quali Salvini ha voluto scrivere la parola fine all’esperienza del governo di Giuseppe Conte?

Primo motivo: la voglia di monetizzare – politicamente parlando – quel consenso che la Lega ormai ha nel paese e che pare abbia raggiunto il picco massimo a cui, secondo i calcoli dei politologi padani, il movimento di Salvini possa ambire. Una sorta di “ora o mai più” al quale il Ministro degli Interni, evidentemente, non ha saputo dire di no.

Secondo motivo: la manovra finanziaria da fare entro fine anno. Salvini sa bene – in realtà, nei giorni scorsi, qualcosa in questa direzione aveva pur fatto trapelare in qualche dichiarazione – che il governo Conte non avrebbe mai potuto scrivere una manovra che contenesse il taglio delle tasse – il cosiddetto shock fiscale che Salvini va ormai ripetendo come un mantra un po’ ovunque – e l’aumento della fascia di reddito entro la quale poter applicare la Flat Tax, senza cancellare per l’annualità 2020 il reddito di cittadinanza e senza prevedere l’introduzione del salario minimo garantito. In pratica, uno tra Salvini e Di Maio sarebbe stato costretto a rinunciare, in maniera netta e definitiva, ad uno dei propri, storici, cavalli di battaglia.

A questo va poi aggiunto il taglio dei 345 parlamentari che sarebbe diventato legge con la ripresa dei lavori il prossimo 9 settembre. Pensate sia facile chiedere ai propri parlamentari di votare per il ritorno alle urne, dovendo spiegare loro che 345 di loro non ritroveranno poi l’amata – e ben remunerata – poltrona?

QUESITO NUMERO 2 – IL FUTURO

Adesso Matteo Salvini dovrà scegliere. Il tempo del piede in due staffe è finito. L’epoca in cui la Lega ha governato – e governa – comuni e regioni assieme a Fratelli d’Italia ed a Forza Italia, ma al governo nazionale sta con il Movimento 5 Stelle si chiude con la fine del governo Conte. Col ritorno alle urne, Matteo Salvini – che ha già annunciato in un comizio a Pescara che sarà candidato premier – dovrà scegliere se correre con gli storici alleati del centrodestra, se correre alleandosi soltanto con Fratelli d’Italia – soluzione fortemente caldeggiata da Giorgia Meloni, ma anche dalla stragrande maggioranza degli elettori della Lega – oppure se tentare il colpo dell’All-In: correre da solo nel tentativo – difficile, ma non impossibile – di portare la Lega al di là della soglia del 40% dei consensi, conquistando il premio di maggioranza che garantirebbe al Carroccio di formare un governo monocolore tutto leghista.

L’ultima soluzione è quella che più stuzzica Salvini, assolutamente non entusiasta dell’idea di tornare al governo con Forza Italia e Fratelli d’Italia, ma anche non troppo propenso a formare un esecutivo con la sola Giorgia Meloni, personaggio che Salvini ha dimostrato più volte di soffrire più del dovuto e di mal tollerare. Giorgia è più preparata di Salvini, ha più esperienza di Salvini e mediatamente vale quanto Salvini (non ci scordiamo che il partito della Meloni ha circa 1/6 dei consensi della Lega, ma la Meloni ha un indice di gradimento spesso pari a quello del Ministro degli Interni). E questo non predispone troppo Matteo ad un’alleanza a due che, sicuramente, garantirebbe un governo stabile all’Italia, ma che forse farebbe brillare troppo la stella dell’ex-Ministro della Gioventù.

In realtà ci sarebbe una terza ipotesi, meno rischiosa, ma più difficile da costruire nel breve tempo che ormai pare intercorrere tra qui e la data delle elezioni. La soluzione ai dubbi di Salvini potrebbe arrivare proprio da un ex-forzista, governatore di una delle regioni del nord Italia, da sempre vicino alle posizioni della Lega: Giovanni Toti. Il governatore della Liguria è uscito definitivamente da Forza Italia, dopo un valzer – dentro/fuori – durato quasi un biennio e pare intenzionato a rispedire al mittente le proposte di Giorgia Meloni di aderire a Fratelli d’Italia o di creare assieme a lei un nuovo soggetto di centrodestra da affiancare alla Lega di Salvini. Toti sembrerebbe invece intenzionato a creare un proprio partito che, seppur inizialmente piccolo, potrebbe rappresentare ciò che servirebbe a Salvini per garantirsi il superamento del fatidico 40% dando contemporaneamente il benservito a Silvio Berlusconi ed a Giorgia Meloni.

Scenari improbabili? Impossibili? Realizzabili? Difficile da dire. L’unica certezza, dopo la decisione leghista di mettere fine all’esperienza di governo con i cinquestelle, è che un equilibrista si muove sul suo monociclo lungo una fune sospesa a decine di metri da terra, in bilico tra raggiungere la piattaforma di arrivo e cadere giù, verso quel fallimento che tutto il pubblico, nel proprio intimo, spera di vedere.

Perché gli italiani, da sempre, amano follemente i propri leader, ma godono, in maniera quasi perversa, nell’assistere alla loro rovinosa caduta.