Sembra che la censura operata dai Social Network e la repressione messa in atto dal nuovo governo giallo-rosso non abbiano spaventato la destra identitaria, che vive un fermento culturale sempre più frizzante. E’ di questi giorni la notizia che una ventina di realtà militanti sparse sul territorio nazionale, in totale autonomia, abbiano dato vita ad una “rete identitaria” che avrà come veicolo e voce una nuova rivista: Agoghè. Questa, che prende il nome dall’allevamento delle anime praticato a Sparta, è il frutto di un percorso iniziato con l’omonimo appuntamento estivo che – negli ultimi due anni – ha rappresentato un punto di raccordo per centinaia di attivisti, riunitisi tra conferenze, allenamenti, escursioni e concerti, sulla scia di quanto realizzato – quattro decenni fa – nei Campi Hobbit

Motore e traino del progetto è la realtà fiorentina di Casaggì, lo “spazio identitario” che ha restituito vita ad Azione Studentesca e che gestisce le Edizioni di “Passaggio al Bosco”: una realtà dinamica, capace di operare nella cultura e nel sociale, senza alienarsi dalla dimensione politica e istituzionale: nelle ultime elezioni amministrative di maggio, infatti, il “centro sociale di destra” ha eletto un consigliere comunale e quattro consiglieri municipali nel capoluogo toscano, egemonizzando la rappresentanza politica di Fratelli d’Italia e imponendosi quale forza radicata sul territorio, facendo il record di preferenze nel centro-destra. 

Nella presentazione della rivista Agoghè, che sarà disponibile in rete e anche in forma cartacea, leggiamo: 

Lo avevamo promesso e lo abbiamo fatto: Agoghè, il campo nazionale degli identitari, è diventato un laboratorio permanente delle Comunità militanti, che veicolerà le proprie battaglie e i propri progetti attraverso una rivista – digitale e cartacea, con tiratura limitata – che si propone di analizzare, elaborare e contaminare il variegato mondo che non vuole cedere alla gabbia del progressismo, del “politicamente corretto” e del “pensiero unico”.

Il percorso iniziato ad Agoghè, dunque, non poteva restare un Campo di tre giorni: settantadue ore possono essere indimenticabili, ma non sono sufficienti per dare corpo ad un progetto sano, libero e ribelle. Non basta “passare al bosco” per ritemprare lo spirito e riacquistare le forze: è necessario portare lo spirito del bosco nella metropoli, liberando quelle energie nel mondo. Tutto il giorno, tutti i giorni.

Come farlo, allora?
Costituendosi laboratorio permanente di tutte quelle forze vitali che non vogliano limitarsi a far coincidere la propria esistenza con il momento elettorale. Una rete di spazi, di progetti e di esperienze: senza limiti di età, senza pelose imposizioni burocratiche, senza vincoli normalizzanti o carte intestate.

Niente più organi elefantiaci che non rappresentano nessuno; niente più pagliacci in odore di carriera; niente più riunioni che convocano altre riunioni; niente più organigrammi, gradi e stellette: soltanto la naturale gerarchia dello spirito e dell’azione, la sola che conti davvero.

Occorre rinnovare, ma tornando alla radice: comprendere chi siamo e da dove veniamo, per orientare la bussola e tracciare la rotta; riappropriarci delle pratiche militanti, condividendole e moltiplicandole; acquisire una organizzazione reale, funzionale, snella ed effettiva; formare uomini con la schiena dritta, capaci di eccellere, di immaginare e di edificare; aprire spazi vitali ed autogestiti, dove potersi esprimere in libertà e assaporare una vita più autentica. In una parola: tornare ad Essere Comunità, nel solo modo che conosciamo.

È necessario tornare a credere e a lottare, in ordine con la nostra identità: solcare nuovamente le strade, le piazze e le borgate, dove i luoghi antropologici hanno ragione dei non-luoghi virtuali; penetrare nel mondo del lavoro, dove il nostro popolo subisce la barbarie della flessibilità, della robotizzazione e del caos globale; essere la prima linea – tra i più giovani – di ciò che ancora dà segni di vita, radicandosi nelle scuole, negli stadi, nelle sottoculture e nelle Università; fare cultura e mai speculazione intellettuale, preoccupandosi di veicolare messaggi comprensibili, di contaminare dibattiti prolifici e di incarnare ciò che si professa; aprirsi alla metapolitica, tornando a fare musica, poesia, cinema, teatro, sport e volontariato; rielaborare un immaginario che sia fedele ad uno stile, declinandolo in una forma fresca, accattivante e comprensibile; creare circuiti di economia legionaria che ci garantiscano indipendenza finanziaria, retribuzione etica e capacità di affermazione sul lungo periodo.

Tornare ad essere soldati: intransigenti e generosi, retti e incorruttibili, disciplinati e sinceri, liberi e intraprendenti. Tornare a sognare, ma ad occhi aperti. Non vogliamo più sopravvivere di speranze, perché abbiamo compreso che si può vivere di certezze. Sono lì, davanti a noi. Dobbiamo solo andarle a prendere.

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