“Io amo questa terra, perché ha lo stesso colore del sangue che scorre nelle nostre vene”. Le parole sono di Norma Cossetto, 23 anni, laureanda istriana all’Università di Padova nel 1943 e sono pronunciate da Selene Gandini, attrice genovese protagonista di Red Land, il film di Maximiliano Hernando Bruno sul dramma delle foibe.

Di che colore parla Selene e di che colore parlasse Norma è facilmente intuibile. Il rosso della bauxite che da sempre colora la terra d’Istria, mescolatosi al rosso del sangue di chi ha trovato la morte, in questa terra, sul finire della seconda guerra mondiale, in una delle pagine più tragiche – e più colpevolmente taciute – della nostra storia.

Siamo nell’estate del 1943, Benito Mussolini viene sfiduciato e fatto arrestare dal Gran Consiglio del Fascismo e l’esercito italiano passa sotto la guida del maresciallo Pietro Badoglio, il quale firma l’armistizio con gli anglo-americani e dichiara, di conseguenza, guerra ai tedeschi, alleati fino al giorno prima. Tra i militari dilaga l’anarchia: tra chi obbedisce agli ordini senza discutere, chi sceglie di non tradire l’alleato tedesco e chi, invece, approfitta della situazione per abbandonare la divisa e darsi alla macchia.

In Red Land sono rappresentate tutte queste componenti, che finiscono con l’intrecciarsi attorno al filone narrativo della storia. Ecco così il soldato che, pur tentato dalla strada della diserzione, sceglie di tornare a combattere perché non vuol tradire né i commilitoni, né il Duce; ecco Giorgio, istriano ed amore adolescenziale di Norma, che invece l’esercito lo abbandona eccome, per aggregarsi alla resistenza comunista di Tito; ecco gli spaesati carabinieri italiani di stanza in Istria, consapevoli di essere lasciati soli a fronteggiare una popolazione locale che sta per essere dilaniata dall’odio etnico, in un contesto storico e sociale decisamente più grande di loro. Il tutto, mentre gli alti gradi dell’esercito e del partito – tra i quali il papà di Norma Cossetto – riuniti a Trieste, si trovano anch’essi impotenti – e forse anche ignavi – di fronte al succedersi degli eventi storici.

Probabilmente, era necessario un regista arrivato dall’altra parte dell’oceano, per raccontare i fatti che insanguinarono l’Istria senza i filtri dell’ideologia. Maximiliano Hernando Bruno non soffre del timore reverenziale nei confronti della resistenza, patito da troppi narratori di casa nostra, e così non esita nel far emergere tutte le contraddizioni, le frustrazioni, la rabbia repressa mista all’opportunismo del momento, di coloro che, italiani, scelsero di schierarsi coi titini nella speranza, o di contribuire – pochi – alla costruzione del “paradiso comunista”, o di salvare – tanti – la pelle propria e dei propri familiari, magari prendendosi anche qualche piccola rivincita di paese.

Mentre la storia scorre sullo schermo, tra la reazione slava all’italianizzazione forzata voluta dal Fascismo – che ci fu e che nessuno deve negare, al pari degli altri eventi storici dell’epoca – e le amicizie, gli affetti, le convivenze, che si sgretolano sotto i passi incessanti delle ideologie che avanzano, l’attenzione viene catalizzata dagli occhi limpidi e le forme dolcissime di Selene Gandini, alias Norma Cossetto, figlia del podestà di Visinada. Norma ha 23 anni ed una tesi, intitolata proprio “Rosso Istria”, da discutere all’Università di Padova quando viene arrestata da un gruppo di partigiani titini, comandati dal demoniaco Mate – interpretato magistralmente da Romeo Grebensek, attore di teatro sloveno, alla prima importante interpretazione cinematografica – con lo scopo di estorcerle informazioni sulle strategie dei fascisti che Norma avrebbe potuto sapere dal padre. In realtà, i partigiani slavi vogliono soltanto colpire la comunità italiana dell’Istria e Norma viene così torturata, stuprata da tutta la banda e gettata, ancora viva, sul fondo di una foiba.

Piaccia o meno, Red Land è un film che “fa memoria”. Racconta una pagina delicata della storia d’Italia e lo fa scardinando quei dogmi – i fascisti sono il male assoluto, i partigiani sono gli eterni buoni – che fino ad oggi, nessuno, aveva osato neppure sfiorare. Maximiliano Hernando Bruno entra nella storia d’Italia a gamba tesa, come soltanto un non italiano poteva fare. “Sono stanco che mi si chieda per quale motivo ho girato questo film – ha dichiarato il regista argentino – sembra che per raccontare questa storia serva un motivo. La vera domanda dovrebbe essere perché finora nessuno lo aveva fatto”.

Dalla guerra civile del 1943 di Red Land, alla guerra civile che l’Italia del 2018 non è ancora riuscita a superare, però, il passo è breve. Norma, l’Istria, l’esodo, i partigiani titini e l’odio anti italiano, sono ancora cose che in Italia è bene non raccontare. Ecco allora che Red Land è visibile in Italia in sole 26 sale cinematografiche, se si escludono le proiezioni “politiche” volute e sponsorizzate, in diverse città, da partiti o esponenti locali di centrodestra.

A noi, che l’abbiamo visto, non resta che dirvi: cercate una di queste 26 sale ed andate a vedere un film che è testimonianza viva di una storia con la quale, ogni italiano, dovrebbe prima o poi imparare a fare i conti.