Inutile negarlo, chiunque ami quel maledetto pallone di cuoio, preso a calci da scarpini tassellati su campi di terra, di fango o di perfetta erbetta verde, non può restare immune al fascino che esercita, in campo calcistico, il Regno Unito. Si, certo, la funambolica fantasia brasiliana dei Pelé, dei Garrincha, degli Zico, dei Bebeto e dei Romario… La garra ed il talento eccelso dei palleggiatori argentini, Maradona, Kempes, Valdano, Batistuta, Messi… La tenacia e la disciplina sportiva dei tedeschi, del kaiser Beckenbauer, di Karl Heinz Rumenigge, di Lothar Matthaus… Tutto vero! Ma il Regno Unito è il Regno Unito.

Le squadre britanniche hanno vinto un decimo di quanto hanno messo in bacheca i vari Barcelona, Real Madrid e la nazionale biancocrociata ha raccolto nella sua storia a malapena un titolo mondiale, peraltro sempre contestato ed additato come regalato, poiché disputato in casa, nel lontano 1966.

Eppure, dite quello che volete ed elogiate fino alla noia le magliette verdeoro e biancocelesti col numero 10 sulla schiena, vendete come fosse una reliquia sacra la camiseta blanca – oggi blanca y negra – di Cristiano Ronaldo, ma la maglietta rossa numero 7 dei Red Devils ha un fascino senza tempo ed un carisma intrinseco senza possibilità di paragone.

“Football is coming home” cantavano gli inglesi durante i campionati europei di calcio del 1996 e, diciamocelo tra noi, senza farsi sentire da quegli spocchiosi sudditi della Regina Elisabetta, avevano ragione.

Ora vi chiederete – o almeno lo faranno coloro che hanno avuto la pazienza di leggere fin qui questo articolo – come mai, proprio oggi, questo elogio del calcio inglese. C’è un motivo, eccome, per tutto questo ed il motivo si chiama George Best.

Nato a Belfast il 22 maggio 1946, George è ritenuto il miglior calciatore nordirlandese della storia. Fermi! Non lo dite! Lo sappiamo bene che questo non può essere certo un titolo di cui andare estremamente fieri, vista la tradizione non proprio eccelsa, calcisticamente parlando, di quel lembo di terra d’Irlanda occupato dalla corona inglese e teatro, più che di match di pallone, di una delle guerre civili più intense del ‘900. Ma George Best non è certo stato solo questo. Numeri – e wikipedia – alla mano, scopriamo che Best occupa la 16ª posizione nella classifica dei migliori calciatori del XX secolo IFFHS e l’8ª posizione nella classifica dei migliori calciatori del XX secolo pubblicata dalla rivista World Soccer. Inoltre, la FIFA, lo ha inserito, nel 2004, nella lista dei 125 più grandi calciatori della storia. In carriera, George Best ha vinto 1 Coppa d’Inghilterra, 2 scudetti inglesi, 2 Charity Shield, 1 Coppa dei Campioni ed 1 Pallone d’Oro, tutti rigorosamente con indosso la maglia numero 7 del Manchester United.

Ma il mito di George Best non è legato soltanto a quello che ha fatto vedere sui campi da calcio. George era soprannominato “il quinto Beatles”, vuoi per la capigliatura in stile Lennon, McCartney & soci, ma anche per essere, al pari dei Fab Four, una vera e propria icona del British Style di fine anni ’60.

Sui campi da calcio, Best non era secondo a nessuno, ma fuori dal campo era ancora di più, se possibile, istrionico ed amato. Protagonista di una vita di eccessi e sregolatezze, di lusso – e di lussuria – sfrenato e di ricerca ossessiva del piacere e del divertimento, Best finì per percorrere più la strada che si addice ad una rock star maledetta, che non ad uno sportivo.

Nel 1974, il Manchester United risolse il contratto con Best che, a soli 28 anni, si ritrovò senza una squadra e ormai in pieno declino sportivo. Nonostante i problemi già conclamati con l’alcol, George decise di non lasciare il mondo del calcio, trovando saltuariamente ingaggi in giro per il mondo: dai Jewish Guild in Sudafrica (5 partite disputate) allo Stockport County, squadra di 4ª divisione inglese, fino al Cork City in Irlanda (3 partite disputate). Nel 1976, ormai trentenne, strappò un contratto al Fulham, prima di trasferirsi negli Stati Uniti, inizialmente ai Los Angeles Aztecs e poi ai Fort Lauderdale Strikers.

Nonostante fosse ormai fuori dal giro del calcio che conta, Best trovò comunque il modo di far parlare di sé per l’ultima volta, prima di iniziare il peregrinare conclusivo della carriera, tra Hong Kong e l’Australia. Nel 1979 firmò un contratto con gli Hibernian di Edimburgo, la squadra simbolo dei cattolici scozzesi; lui, protestante, nato in un quartiere lealista di Belfast. Ma anche l’avventura scozzese si concluse col marchio di fabbrica di George Best: mentre la squadra lottava per la retrocessione, fu sorpreso infatti insieme ad alcuni giocatori della nazionale francese di rugby, impegnata in una partita in Scozia, completamente ubriaco in un pub di Edimburgo e licenziato in tronco.

George Best ha incantato il mondo con i suoi incredibili dribbling, ha mandato nei pazzi tutti i difensori della sua epoca grazie alla sua velocità ed abilità nel mantenere la palla attaccata al piede, ha stupito tutti per potenza, stacco di testa ed abilità nei contrasti, nonostante il fisico minuto e la statura non eccelsa. Ma la vita del quinto Beatles, purtroppo, ha dovuto fare i conti con i suoi eccessi e i gravi problemi di salute che gli sono stati causati dell’alcol. Nel 2000, all’età di 54 anni, venne ricoverato per i gravi danni subiti dal suo fegato a causa dell’alcolismo e, nonostante nel 2002 venisse sottoposto ad un trapianto, la fine di George era ormai scritta. Il 2 ottobre 2005 su trasferito in terapia intensiva per un’infezione ai polmoni ed il 25 novembre dello stesso anno, a causa di una ulteriore infezione epatica, George Best morì.

Ma l’uomo che aveva abituato il mondo ai colpi di teatro, sia in campo che fuori, non avrebbe potuto lasciare questo mondo senza scrivere un ultimo capitolo del romanzo della sua vita: cinque giorni prima di morire, George chiese ad un fotografo del News of the World di immortalarlo, intubato e morente, sul proprio letto del Cromwell Hospital e di pubblicare quella foto con sopra impressa la frase: “Don’t die like me (“Non morite come me”), appello conclusivo della sua vita, rivolto ai giovani, affinché non sottovalutino mai i danni causati dall’alcol.

Il 2 dicembre 2005 si svolsero a Belfast i funerali di George Best, richiamando migliaia di appassionati di calcio da tutto il mondo, oltre a gran parte dei suoi ex compagni di squadra, l’intero team del Manchester United e vere e proprie leggende del calcio inglese come Sir Alex Ferguson e Bobby Charlton.

A proposito, quel giorno, a Belfast, io c’ero.