Nelle scorse nostre chiacchierate virtuali, abbiamo brevemente ripercorso e rincorso le suggestioni degli Ascari Eritrei, le truppe coloniali regolari inquadrate nelle varie Forze Armate Regie. Concludiamo passando in rassegna, è proprio il caso di dirlo, le Bande regolari che costituivano un’altra forma di arruolamento delle popolazioni coloniali nelle Forze Armate Regie.

Gli Ascari si caratterizzavano dall’alto Tarbusc, il Fez di ordinanza, e da un’uniforme coloniale color kakhi che costituiva un adattamento di quella coloniale del Regio Esercito, Marina ed Aeronautica.

Preziosa fu la loro azione e sacrificio, non ultima quella degli Ascari Libici che costituirono i primi reparti paracadutisti al mondo.

Ma un altro tipo di formazione coloniale esisteva nei primi anni del secolo scorso, meno regolare e standardizzata, pur sempre con una gerarchia ed inquadramento sui generis: più elastica e vicina alle moderne formazioni guerrigliere degli odierni conflitti asimmetrici.

Erano queste le Bande Dubat, che erano comandate pur sempre da Ufficiali del Regio esercito, per lo più Alpini, e in contatto con le quali venne anche mio nonno, figura di Ufficiale degli Alpini che ci accompagna in questa rievocazione delle truppe coloniali con i suoi Appunti di Viaggio.

Le Bande armate di confine, più tardi Bande Dubat, furono istituite per iniziativa dell’allora governatore De Vecchi di Val Cismon nel 1924, con compiti di sorveglianza dei confini della Colonia con D.G. 23.07.1924. Nove bande furono istituite, sotto il Comando del Maggiore degli Alpini Camillo Bechis, all’epoca Commissario del Confine.

Ma già dall’anno successivo le bande erano divenute diciotto e due anni dopo ben cinquanta, a dimostrazione del fatto che una tale istituzione era vincente e ben si adattava alla contingenza.

“Gli arruolamenti – scriveva il Mag. Camillo Bechis – li facevo personalmente e prima di accettare un Dubat mi assicuravo che possedesse tutti i requisiti fisici e morali. […] Appena entrato nella banda il comandante gli impartiva l’istruzione individuale e gli faceva recitare la lezione: <Io stare Dubat che sempre pronto fare guerra per Governo e che avere paura soltanto di Dio e di mio comando>”.

Il reclutamento era nell’ambito rispettoso e doveroso delle cabile, caste nobili di tradizioni guerriere tribali.

Dopo significativi fatti d’arme (Scillave, Allindrà, Dusa Mareb) si pensò anche alle Bande Dubor, cioè cammellate.

Era prevista un gerarchia interna, sia pure appena abbozzata: i gradi erano Sottocapo, Capo e Capo comandante, contraddistinti da fiocchi da portare al collo neri, rossi e verdi, ma non erano previste né uniformi né equipaggiamenti standard, ad eccezione del Dub-at (turbante bianco) che li contraddistingueva; anche quando varie circolari ministeriali provarono a distinguere i colori dei turbanti in funzione del grado, mai il bianco fu abbandonato.

Così come il bianco della Futa, larga tunica avvolta intorno alle gambe e stretta in vita dalla cartucciera.

Corrispondentemente agli Ascari non avevano bandiere di Reparto, ma Dubat e Dubor erano contraddistinti da un Gagliardetto, stavolta unico ed uguale per tutti, istituito sempre da De Vecchi nel 1928.

Moltissima differenza esisteva fra le altre truppe di colore e i Somali.

Essi infatti si distinguevano, come detto, per Cabile, più o meno nobili.

L’aristocrazia era rappresentata dai migiurtini i quali si dicevano discendenti diretti degli Arabi puri dello Yemen.

Alla destra dell’Uebi Sebeli vi erano  cabile inferiori. Pure nelle cabile nobili vi erano addetti ai servizi d’ordine (calzolai, sarti, falegnami, giardinieri etc.) i quali, pur facendo parte della cabila, non potevano però sposare lo donne nobili ed erano tattati come schiavi, pur godendo però di perfetta libertà.

I Dubat e Dubor, istituiti durante il governatorato di De Vecchi verso traendo gli elementi da dette cabile nobili e guerriere, erano costituiti da elementi di grande prestanza fisica, alti, snelli, dai lineamenti regolarissimi.

A quell’epoca non esisteva un confine vero e proprio tra la Somalia e l’Etiopia.

Si andava così a paralleli e non esistevano delle linee vere e proprie di demarcazione; proprio per impedire che le cabile appartenenti all’Etiopia, sconfinassero nel territorio a controllo italiano, vennero previsti i Dubat e Dubor, vero e proprio corpo di vigili alla frontiera.

Scaglionati nelle diversa zone, con la famiglia ed il bestiame appresso, essi avevano il compito di contenere le scorribande dei razziatori e la penetrazione dei pastori nomadi ed impedivano altresì che durante la siccità, delle cabile di oltre confine venissero ad abbeverare il bestiame nei nostri pozzi.

Venivano arruolati senza vincolo di ferma. Dovevano loro acquistarsi le divise, consistenti in due pezze di tela bianca alte un metro e lunghe quattro, una intorno alla vita a guisa di sottana ed un’altra debitamente piegata ed annodata dalla spalla sinistra al fianco destro in maniera da lasciare il petto ed il dorso scoperto per la maggior parte. Sul capo avevano il Dub (turbante) e Dubat significa turbante bianco, emblema di armato al servizio del Governo Italiano”.

L’ufficiale li ispezionava una volta tanto, di massima quando faceva loro la paga.

Quando uno si voleva congedare, si presentava all’ufficiale e dicendo di essersi stancato, riconsegnava l’arma e le munizioni e se ne ritornava alla sua cabila.

Erano combattenti intelligenti che sfruttavano, sia pure embrionalmente, la manovra, e la massa.

Molto amanti della sua libertà, ed è un po’ insofferenti alla disciplina, venivano descritti come permalosissimi. Quando qualche graduato commetteva soprusi, o quando volevano protestare per qualche cosa, si riunivano ed inquadrati si presentavano all’Ufficiale, facendo capire il loro disappunto.

Tale forma di protesta era detta Calam, per molti versi simile all’Abiet degli Ascari, di cui abbiamo parlato nel nostro precedente incontro, senza arrivare però alle conseguenze di quest’ultimo.

Al Calam il prestigio e la prudenza dell’Ufficiale lo faceva agire per persuasione, parlando ai capi ed in particolare a quelli stati alla Mecca, che godevano di grande prestigio presso tutti, chiamati “Agi”, Signore. Erano i corrispondenti del Buluk Basci e Scium Basci presso gli Ascari, uguali in carisma ed autorevolezza, ma scevri da gradi precostituiti.

I mezzi violenti potevano invece suscitare la reazione delle Bande: le conseguenze furono spesso fatali, come ad esempio successe con l’uccisione di un Tenente da parte della sua Banda, avvenuta perché ad un Calam aveva fatto punire un Dubat, senza che la mancanza fosse stata recepita ed accettata.

Ancora una volta i vertici e gli Ufficiali sul campo del Corpo Coloniale avevano improntato il loro agire ad una sincera attività di collaborazione e rispetto delle usanze e caratteri delle truppe indigene.

Una visione moderna, non supportata da studi o direttive di Stato Maggiore, ma dettate dal carattere fermo ma mai razzista del nostro popolo, che anzi, ha sempre avuto curiosità ed apertura alle culture altrui.

Mi piace terminare queste mie suggestioni ed impressioni sulle Truppe Coloniali con le vivide parole di mio nonno Silvio Pejs, nato a Nurri (Cagliari) il 9 agosto 1896, già reduce della Prima Guerra Mondiale, e mi ha accompagnato con i suoi appunti dell’epoca, che rappresentano una “vivida ed ammirata testimonianza delle Truppe coloniali Italiane, stesa con occhio paterno” da un Ufficiale che tra il 1934 ed il 1937 ebbe modo di comandare con il grado di Capitano degli Alpini, dapprima gli Ascari al XIX Battaglione Eritreo 1 compagnia e poi le Bande armate di Dubat appartenenti al III Battaglione Arabo Somalo – III Gruppo Bande Armate:

“Oggi i nostri Dubat sono scaglionati lungo la frontiera del Somaliland e del Kenia: guardano sorridenti e tranquilli; l’occhio loro si posa sulle donne e sui bambini e sul cammello che pascola a suo agio e ben lungamente, guarda con fierezza l’italo-britannico e si ripara all’ombra della nostra bandiera che in oriente è sinonimo di grandezza – di giustizia – di forza.”